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Scintille tra Turchia e una Siria scatenata nelle razzie più feroci (Il Foglio del 24 giugno)

 
Escalation frenetica nella strategia della terra bruciata attuata da Damasco in tutta la zona al confine tra Siria e Turchia. Ieri mattina i carri armati siriani si sono spinti fin quasi al confine: testimoni affermano che le truppe della quarta divisione, comandata da Maher al Assad, coperte dai blindati, hanno fatto irruzione all’alba nel villaggio di Khirbet a-Joz, terzo centro “ribelle” desertificato con la forza dalle truppe di Damasco in pochi giorni. Gli abitanti della cittadina, non meno di 600, in preda al panico sono fuggiti in massa nella provincia di Hatay, in Turchia, dove sono stati accolti da minibus che li hanno condotti nella dozzina di campi profughi della Mezza Luna Rossa che già ne ospitano 11.000. Dall'altra parte del confine, i militari turchi che presidiano in forze la frontiera hanno visto soldati e i blindati scendere attraverso una collina, a meno di 550 metri dal confine turco-siriano, vicino alla frontiera. Nel timore di sviluppi incontrollati, le autorità turche hanno ordinato all’esercito di issare sacchi di sabbia e montare binocoli di precisione su treppiedi nelle vicinanze di Guvecci. Sulla collina che domina la cittadina turca è stata issata anche una grande bandiera turca. Un preavviso a scoraggiare ogni tentazione di sconfinamento delle truppe siriane, dopo che i giorni scorsi elicotteri turchi avevano sorvolato i territori siriani vicini alla frontiera; azione evidentemente preparatoria del progetto di creare un “ cuscinetto umanitario” su territorio siriano, evocato una settimana fa dal presidente turco Abdullah Gül. Clima esplosivo, dunque, tra Ankara e Damasco, oggetto di un concitato colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri Turco Ahmet Davitoglu e il suo omologo siriano Walid Moallem, in un contesto che vede la Siria aumentare ogni giorno la ferocia e l’intensità della repressione con razzie dai tratti barbari, con molteplici casi di stupri di donne siriane da parte dei militari siriani, di cui sono stati testimoni molti profughi. Una ferocia verificata dalla delegazione di 150 diplomatici, compreso l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford, che sono stati condotti dalle autorità siriane a Jisr al Shugour, razziata la scorsa settimana dai tanks della quarta Divisione, contrastati poi da manipoli di militari siriani che si sono schierati dalla parte della popolazione in uno scontro che ha fatto 120 vittime in divisa tra l’una e l’altra parte. Visita evidentemente tesa a rivendicare di fronte alla comunità internazionale la determinazione da cui il regime siriano non intende deflettere, perché i diplomatici hanno potuto verificare la fondatezza delle più crude testimonianze dei profughi. Adrian Edwards, portavoce dell'agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), membro della delegazione ha infatti dichiarato: “Man mano che ci avvicinavamo alla città, i centri abitati appaiono sempre più deserti, mentre non c'e' alcuna traccia di gente al lavoro nei campi circostanti. Le strade di Jisr al Shugour appaiono vuote e i negozi in gran parte chiusi”. Sempre ieri, si è verificata una piena sintonia tra la scelta di rivendicare appieno di fronte ai rappresentanti delle altre nazioni la repressione più dura e le parole pronunciate dal ministro degli esteri Moallem che in un intervento –dai tratti deliranti- trasmesso dalla televisione di Stato ha quasi dichiarato guerra all’Europa (che peraltro è indispensabile alla Siria, perché assorbe un quarto delle sue esportazioni), non senza aver dato del “colonialista” al ministro degli esteri francese Alain Juppé: “L'Unione europea vuole seminare la Fitna, la spaccatura della comunità musulmana e il caos in Siria; consideriamo le sue sanzioni come un atto di guerra; cancelleremo dalla carta geografica l’Europa e ci rivolgeremo a Est. Smettetela di intervenire negli affari siriani, basta provocare caos e conflitti; il popolo siriano è capace di forgiare il proprio futuro senza di voi, rifiutiamo ogni intervento esterno”. A testimonianza della situazione rovente ai confini, Moallem si è poi augurato che “la amica Turchia riveda alcune sue posizioni nei confronti della situazione interna alla Siria”. Continuano intanto le manifestazioni nel resto del paese, con la non piccola novità di iniziative anche ad Aleppo –verso cui stanno marciando alcune decine di carri armati e in cui vi sono stati un centinaio di arresti- mentre morti durante proteste in piazza si sono registrati a Hama e Homs. Il sito Facebook Syrian revolution 2011 ha indetto per ieri uno “sciopero generale in tutte le città siriane, in segno di lutto” e una nuova giornata di manifestazioni dopo la tradizionale preghiera di mezzogiorno di oggi, venerdì, con lo slogan “Legittimità perduta di Assad” e “Bashar non è più il mio presidente e il suo governo non mi rappresenta più”.