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Golpe in Turchia: una bufala (Libero del 23 febbraio)

 
Non convince l’accusa di un golpe che ha portato ieri all’arresto di 40 personalità turche, tra cui due ex capi di Stato Maggiore. Non convince innanzitutto perché quando i generali turchi hanno voluto fare un golpe, l’hanno sempre fatto e chi stava al governo se ne è accorto solo il giorno dopo. Ed è stata una lunga serie di golpe: nel 1960 contro il governo autoritario di Menderes (poi impiccato); nel 1980 contro Ecevit e Demirel che stavano trascinando il paese nel baratro di una guerra civile; infine, nel 1997 contro Erbakan (leader del partito islamico, in cui allora militava di Erdogan) accusato di “deriva islamista”. Tutti golpe, si badi bene, mirati a difendere la natura laica dello Stato, con i generali tuchi che hanno subito ridato la parola a libere elezioni e a governi democraticamente eletti, esempio raro di una classe militare turca che ha usato della forza sempre e solo per difendere la democrazia. Purtroppo però, una Europa che nulla o poco comprende, ha imposto alla Turchia un processo di riforme finalizzate all’ingresso nell’Ue, che hanno tolto ai militari quel ruolo costituzionale di “garanti” della laicità e della democrazia che hanno sempre svolto, grazie alle caratteristiche unbiche della esperienza kèmalista. Erdogan, che ha vinto trionfalmente (questo va ricordato, come va ricordata la grande crisi di consenso dei partiti laici turchi) due elezioni col suo islamista Akp, ha avviato con estremo piacere queste riforme e ha depotenziato il potere di intervento costituzionale dei vertici militari. Dal 2007, però, il governo Erdogan ha avviato anche un processo pericoloso, che ha portato agli arresti di ieri. Ispirata dal governo, una parte –solo una parte- della magistratura ha effettuato decine di arresti di militari sostenendo –con prove che a molti paiono pretestuose- che stavano tentando un golpe attraverso l’operazione Ergenekon, sigla di un golpe strisciante che avrebbe mirato alla destabilizzazione della Turchia con clamorosi attentati: le uccisioni di don Andrea Santoro e del giornalista armeno Hrant Dink, l’attacco al Consiglio di Stato e anche una trama per uccidere lo scrittore premio Nobel 2006 Orhan Pamuk. La pretestuosità e di questo quadro accusatorio è apparsa però chiara il 13 aprile 2009 con l’arresto di 18 “membri di Ergenekon”, tra cui Tijen Mergen, dirigente del gigante editoriale Dogan che pubblica il quotidiano Hurriyet, Mehmet Haberal, rettore dell' Università Baskent di Ankara e Mustaka Yurtkuran, presidente di un’associazione ispirata agli insegnamenti laici di Kemal Ataturk. Arresti che rafforzavano il sospetto che Erdogan e il suo Akp, imbrigliando la fortd stampa dell’opposizione laica, cavalcassero un inchiesta fantasiosa mirata solo a silenziare i centri culturali e politici che potevano favorire una ripresa in forze dei partiti laici, avversari del governo islamista. Ipotesi rafforzata il 18 febbraio, quando il Csm turco –Hsyk- all’unanimità ha deciso di sospendere dall’incarico Osman Yanal,procuratore di Erzurum, che aveva fatto perquisire un magistrato di Erzincan, Ilhan Cihaner, ovviamente accusato di essere membro di Ergenekon, che stava conducendo un’inchiesta sulla potente confraternita islamica Ismailaga.
Insomma, è forte il sospetto che Ergenekon e il suo progettato golpe in realtà sia una montatura architettata –o favorita- dall’Akp di Erdogan per eliminare pretestuosamente l’opposizione laica, così come sono fortissime le preoccupazioni per la stessa tenuta del quadro democratico in Turchia