''Carlà è una bagascia!'': le orribili ragioni per cui gli iraniani insultano e lapidano (Il Tempo del 1 settembre)
Dopo averle dato della puttana, il quotidiano iraniano Khay ...
L'Europa ignava e complice premia la Siria che prepara la guerra a Israele (Il Foglio del 7 luglio)
L’Ue ha deciso di premiare con 129 milioni di euro l’oltranz ...
I sauditi perdenti nell'intrico libanese (Il Foglio del 31 luglio)
Soffiano venti di guerra in Libano e lo “storico” incontro ...
Israele tratta con i sauditi contro l'Iran? Possibile (Il Foglio del 27 luglio)
Mei Degan, capo del Mossad israeliano, si sarebbe recato in ...
L'Occidente perde in Afghanistan perché non capisce il Pakistan (Il Foglio del 21 luglio)
Un legame chiaro, diretto, collega le ragioni profonde dell ...
Legge contro il Burqa anche in Italia: un buon metodo scelto da Maroni (Il Foglio del 20 luglio)
Una nuova legge per la proibizione del Burqa e del Niqab in ...
Un principe saudita ai suoi: ''Scappate prima che il popolo vi tagli la testa!'' (Il Foglio del 17 luglio)
Un principe saudita di rango, Turki bin Abdul Aziz Al Saud ...
Tareq Aziz è un grande criminale! Non va liberato, solo curato (Libero del 15 luglio)
Tareq Aziz è un criminale, responsabile pieno e totale dei ...
Hamas non vuole la mayonese di Obama (Il Foglio del 17 giugno)
“Qui a Gaza abbiamo numerose qualità di generi alimentari, ...
Dove va Erdogan? Semplice: vuole fare il Grande Mediatore (Libero del 5 giugno)
Il crescendo dell’oltranzismo di cui dà prova il premier tu ...
Irriverente tirata d'orecchie ad Obama da Ryad (Il Foglio del 20 maggio)
Un attacco frontale, quasi spudorato, alla Casa Bianca è p ...
Ahamadinejad e Lula mettono nel sacco Obama (Libero del 19 maggio)
“Un fiasco per l'amministrazione Obama”: il Wall Street ...
Il personaggio
Breve viaggio nella vita di Carlo Panella
Partecipa al Blog, lascia un commento...
 
Crisi nera tra Washington e Gerusalemme, ma non si vede

 
Senza clamori, nel chiuso di incontri da cui escono col sorriso stampato in volto, Ehud Olmert e Condoleeza Rice stanno consumando la più grave crisi nelle relazioni tra Usa e Israele dal 1956. Il loro incontro del 26 marzo a Gerusalemme è stato tanto burrascoso, da obbligare a un rinvio della Conferenza stampa. Gli sherpa hanno lavorato tutta la notte e la lacerazione è stata infine ricucita –solo formalmente- con una comune intesa su incontri quindicinali tra Olmert e Abu Mazen, ma solo per definire “questioni umanitarie”. Un evidente nulla di fatto. Il punto contingente del dissidio è stata la richiesta della Rice a Olmert di subire il rifiuto di Hanyeh alle 3 condizioni del “quartetto”, e di aprire una trattativa piena con il solo Abu Mazen sulla base del “piano arabo del 2002”. Olmert ha risposto che Abu Mazen ha tradito l’impegno di restituire Ghilad Shalit, (“Non è in grado neanche di restituire una bicicletta rubata a Gerusalemme, mi rifiuto di parlare con lui dell’assetto definitivo dello Stato palestinese”)e che a Gaza ha perso la partita. Il problema è che Olmert e Rice non sono divisi solo da valutazioni tattiche divergenti, ma da una divaricazione sull’analisi della crisi e quindi da strategie divergenti.. La Rice, infatti si propone di ridefinire un asse americano-sunnita, imperniato sui sauditi, che sia in grado di contrastare la pressione iraniano-sciita. Olmert lo teme perché sa che sauditi e egiziani pretendono da Israele un prezzo che Olmert –che è anche pronto a volare a Ryad, per trattare- non intende assolutamente pagare: uno statuto inaccetabile per Gerusalemme, la restituzione del Golan alla Siria e il riconoscimento del “diritto al ritorno dei profughi”, l’ammissione quindi di una “colpa di Israele” nella guerra del 1948 (nessun altro profugo al mondo ha “diritto al ritorno”), magari da risarcire solo economicamente, per non far deflagrare una bomba demografica. Su questo punto, su questo prezzo, la Rice, in linea con 60 anni di tradizione del Dipartimento di Stato, è assolutamente ambigua e non fornisce assicurazioni a Olmert. Si è dunque allargata una divergenza radicale: la Rice intende arginare la minaccia iraniana applicando uno schema da cremlinologa, qual è (simile a quello della Albright, del cui padre è stata allieva prediletta). Uno schema geopolitico, attualizzazione di quello che ha fatto accumulare agli Usa 50 anni di errori in Medio oriente. La Rice è convinta che la strutturazione di una forte “massa critica” di paesi sunniti (dal Marocco al Pakistan), con strategie concordate con gli Usa, obbligherà gli ayatollah e alleati a accedere a una logica simile a quella iniziata col vertice di Reykjavik del 1985, quando Reagan e Gorbaciov iniziarono a de-escalare gli Abm, i missili intercontinentali strategici, dando così inizio a un circolo virtuoso che si è infine concluso come si sa. In questa prospettiva la Rice capovolge la logica della Road Map, si disinteressa delle precondizioni per l’avvio di un cammino di pace –mai iniziato- e intende definire nelle sue linee di massima il traguardo finale, l’accordo strategico, lo Stato Palestinese, iniziando poi un cammino a ritroso che ne articoli i passi materiali. Olmert, non è d’accordo, non per problemi di metodo (tratta infatti già da mesi con i sauditi), ma per una divergenza radicale sulla analisi della natura dell’avversario e delle sue mire strategiche. La Rice, come la diplomazia Usa, si muovono ancora con la logica di chi pensa ancora che Teheran miri alla “terra”, e che lo stesso faccia Hamas. Israele invece sa che questo asse del Jihad mira invece a esportare una rivoluzione islamica, quella rivoluzione che nello schema sovietico era solo un ricordo lessicale e che invece i pasdaran di Ahamdinejad intendono rilanciare. La dottrina di politica estera di Israele ormai ha lasciato alle spalle la formula “terra contro pace”, sepolta con Rabin e Arafat, nella convinzione che con l’Islam fondamentalista non abbia senso sviluppare strategie geopolitiche, perché che la sua logica jihadista , può accettare tregue, ma non può cedere sul punto strategico dirimente: la distruzione di Israele. Israele vede nell’asse Ahmadinejad-Hamas- Hezbollah una massa critica rivoluzionaria con cui si può dunque, temporeggiare (per questo tratta con i loro avversari sauditi), ma con cui è impossibile qualsiasi accordo definitivo. Olmert, inoltre, sa bene che per permettere alla Rice di costruire una “massa critica” di paesi sunniti che operino nella crisi a fianco degli Usa, il prezzo deve essere pagato solo da Israele. Da qui il gelo montante –ma ancora ben celato- tra i due paesi. Una situazione ricorrente negli ultimi 50 anni perché la “opzione sunnita” è una lontana tradizione –fallimentare- degli Usa, a partire dal patto di alleanza siglato da F.D. Roosevelt con Abdulaziz ibn Saud, al ritorno da Yalta, nel 1945, primo passo della politica araba Usa. Nel 1956, quella strategia spinse Ike Eisenhower a consegnare la vittoria politica a un Nasser umiliato sul campo, a Suez, da Moshé Dayan; Kennedy la innovò, investì miliardi di dollari in Egitto che furono dirottati dall’agricoltura agli armamenti, contribuendo a quella replica del 1956, che fu la “guerra dei sei giorni” del 1967; nel 1973 la “bomba petrolifera” minacciata dai sauditi spinse Washington a imporre a Gerusalemme un secondo ritiro dal Canale (Sharon era a 110 chilometri dal Cairo), e impedì una decisiva controffensiva israeliana sul Golan per riprendere al Kuneitra; ormai ostaggio dell’alleato saudita, nel 1979, Jimmy Carter reagì alla perdita del bastione iraniano a causa della caduta dello scià, spostando tutta la difesa asiatica Usa sugli antisovietici Arabia Saudita e sul Pakistan, e fornì loro armi strategiche, nonostante le proteste di Menahem Begin. Reagan e poi Bush senior continuarono su questa strada appoggiando i sunniti nel conflitto Iran-Iraq, con esito finale disastroso: l’invasione del Kuwait ad opera del loro alleato Saddam nel 1990 (650 miliardi di dollari il costo diretto). Nuova opzione sunnita-saudita da parte di Bill Clinton che nel 1994 consegnò interamente a Ryad e a Islamabad la gestione della crisi afgana, con conseguente invenzione dei Talebani. Oggi, rifiutato l’“appeasement” con Teheran proposto da Baker e dai Democratici, la Rice rielabora quella disastrosa tradizione, nell’illusione di potere concordare zone di influenza regionale con Teheran dopo avere accumulato forze nel fronte sunnita, spaventato dalla rivoluzione sciita. Nessun rischio che la Rice intenda abbandonare la linea della difesa ferma dell’integrità e della sicurezza di Israele, ma certezza che abbassa questo impegno al livello più basso possibile, a conferma della lontana profezia di Ben Gurion: “Gli Stati Uniti d’America non si sono impegnati, né si impegneranno a sostenere Israele in tutto ciò che esso farà o chiederà: Gli Stati Uniti d’America hanno le proprie valutazione ed esse differiscono da quelle di Israele, o anche le contrastano”.