Poche ore prima del discorso di Geroge W. Bush il premier iracheno Nuri al Maliki ha annunciato una svolta nella politica del suo governo e la decisione di sciogliere le milizie sciite di Moqtada Sadr, trattandole esattamente come quelle dei terroristi sunniti. Una dichiarazione che mostra come anche i partiti sciiti iracheni, in primis il Dawa, dello stesso al Maliki, abbiano dovuto prendere atto della volontà americana –sinora da loro ostacolata- di contrasto duro contro Moqtada Sadr e i suoi mandanti iraniani. La dimostrazione che la svolta impressa da Bush ha avuto immediato effetto sul governo di Baghdad, che ha dovuto prendere atto della ferma decisione americana di andare all’attacco dei terminali terroristi siro iraniani in Iraq e quindi cessare le linea di temporeggiamento seguita negli ultimi mesi. Una linea che ha permesso allo stesso Moqtada di sviluppare in pieno la sua azione, sino ai limiti della guerra civile interreligiosa. A sigillo di questo pieno recepimento della nuova strategia americana da parte dell’esecutivo di Baghdad, subito dopo il discorso di Bush, Bassan Ridha, consigliere del premier ha detto che la nuova strategia Usa è “foriera di speranze” per l’Iraq. La verifica che le nuove decisioni di Bush hanno imposto una svolta al governo iracheno, chiudendo con il disastroso attendismo degli ultimi mesi, è infine venuta con la dichiarazione di Ayad al Samaray, portavoce del Partito Islamico: “Condividiamo il bisogno di impegnare temporaneamente delle nuove truppe americane in Iraq a causa del degrado della sicurezza ormai imperante e dell’incapacità verificata delle forze iraco-americane oggi dispiegate di controllare la situazione. In tutte le zone in cui la gestione della sicurezza è stata trasferita alle forze irachene, la situazione si è deteriorata”. I critici della nuova strategia di Bush vengono messi in pesante difficoltà da questa piena condivisione, subito annunciata dal principale partito sunnita iracheno che ha conquistato ben 44 seggi alle ultime elezioni politiche. Le forze sunnite irachene hanno infatti immediatamente compreso che le linee tracciate da Bush significano la fine delle pressioni diplomatiche su Damasco e Teheran e degli appelli alla ragionevolezza ai partiti sciiti iracheni e che –sul terreno iracheno- la svolta si concretizza con un inedita, ma esplicita, alleanza di interessi tra Washington e i partiti sunniti democratici iracheni, tanto concreta da comportare un incremento delle truppe.
Questo elemento numerico è ovviamente il più visibile, ma in realtà è solo la conseguenza di un deciso cambiamento degli interi piani americani di contrasto al terrorismo, come dimostra l’azione subito lanciata ieri mattina contro la rappresentanza diplomatica dell’Iran a Erbil, in pieno Kurdistan iracheno. Contenimento frontale delle milizie di Moqtada Sadr, eliminazione dei “santuari” iraniani che operano in Iraq introducendo pasdaran combattenti, armi e denaro e infine pattugliamento duro della frontiera con la Siria. Queste sono le tre direttrici sul terreno della “linea Bush” che è stata immediatamente recepita dalle forze politiche irachene. Termina così il lungo braccio di ferro tra l’amministrazione Usa e i partiti sciiti iracheni, iniziato quando, dopo le elezioni politiche, essi avevano deciso di ricandidare a premier Ibrahim Jaafari. Le trattative per la formazione del governo erano durate per quattro mesi proprio a causa della decisione di Washington, appoggiata dai curdi e dai sunniti iracheni di non accettare questa candidatura che significava la continuità della linea di compromesso con “il partito iraniano” che agisce in Iraq (come si era verificato durante l’anno precedente quando Jaafari era premier del governo provvisorio). La candidatura di al Maliki (dirigente dello stesso partito di Jaafari, il Dawa) infine concordata tra Baghdad e Washington, avrebbe dovuto rappresentare una svolta, ma così non è stato, tanto che durante il recente incontro ad Amman, Bush gli ha duramente contestato le sue indecisioni e le sanguinose conseguenze in termini di instabilità del paese. L’attesa per le elezioni di midterm negli Usa e dell’effetto che le indicazioni della “commissione Baker” avrebbero avuto su Bush, hanno rafforzato nelle ultime settimane questa situazione di stallo. Se infatti Bush avesse recepito le indicazioni di Baker, al Maliki avrebbe avuto tutto l’agio per rafforzare la sua posizione, Moqtada Sadr avrebbe potuto agire indisturbato nelle more di una lunga e complessa trattativa tra Washington e Damasco e la situazione sul terreno si sarebbe incancrenita ulteriormente. Bush, però, ha fatto “saltare il tavolo” e ha messo i governanti iracheni di fronte ad un aut aut e questi, più o meno obtorto collo ne hanno preso atto e ora applaudono entusiasti.