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Complotti e intrighi alla corte saudita

 
Colpo di scena a Washington: lascia a sorpresa la carica Turki al Feisal, l’ambasciatore saudita che ricopre una posizione cruciale di raccordo con l’amministrazione Usa. Poco credibile è la spiegazione ufficiosa, secondo la quale il principe abbandona una carica che equivale a quella di un primo ministro, “per passare più tempo con la famiglia”. Lunedì, Turki aveva comunicato le sue dimissioni a Condoleeza Rice durante un incontro non previsto nell’agenda e ieri il Washington Post ha divulgato la notizia ipotizzando che Turki aspiri a prendere il posto di suo fratello, Saud al Feisal, ministro degli Esteri, gravemente malato. Sia come sia, è certo che questa improvvisa partenza lascia vacante una postazione oggi determinante a Washington. Rimane infatti vacante il rapporto diretto con l’amministrazione Usa proprio nel momento in cui Ryad, in strettissimo raccordo con Condoleeza Rice, svolge un ruolo cruciale su due scenari di crisi: a Beirut e a Ramallah. In Libano, come è noto, Rafik Hariri, l’ex premier ucciso il 14 febbraio 2005, era un fiduciario dei sauditi (aveva fatto fortuna a Ryad, nelle telecomunicazioni) e tutt’oggi, suo figlio Saad Hariri -leader assieme a Jumblatt e a Fuad Siniora del “cartello 14 marzo” antisiriano- agisce in stretto raccordo con la corte saudita per ostacolare il golpe tentato da Hezbollah. Centrale è oggi anche il ruolo saudita nella guerra civile strisciante in Palestina. Dopo l’attacco di Hezbollah a Israele dell’estate scorsa, Ryad ha infatti modificato la sua politica palestinese. Per anni aveva mantenuto rapporti diretti con Hamas, facilitati dai rapporti storici con i Fratelli Musulmani (molte Fondazioni saudite hanno elargito sostanziosi indennizzi alle famiglie dei kamikaze durante l’Intifada delle stragi) e rapporti molto freddi con la Olp di Arafat (che si era schierato con Saddam Hussein durante l’occupazione del Kuwait da parte di Saddam Hussein). A partire dall’agosto scorso, però, la priorità strategica per Ryad, in raccordo con Mubarak e con re Abdullah II di Giordania, è diventata la definizione di un “fronte antisciita”, che contrasti le alleanze jihadiste che Ahmadinejad ha stretto con Hamas, con Hezbollah e con Moqtada Sadr. Passaggio fondamentale di questa nuova strategia è stata la rottura saudita con Hamas, sostituita da un pieno appoggio ad Abu Mazen, con cui Ryad, il Cairo e Amman–sempre con piena partecipazione diretta anche di Condoleeza Rice- hanno messo a punto il progetto di uno scioglimento anticipato del parlamento palestinese che il presidente dell’Anp dovrebbe deliberare a giorni.
Turki al Feisal deve dunque avere delle ragioni molto serie per abbandonare la sua postazione americana proprio in questa fase convulsa e queste motivazioni vanno ricercate nelle croniche tensioni dinastiche che scuotono la corte. Il regno, infatti, non ha istituzioni vere e proprie, al di fuori della famiglia regnante dei banu Saud, che assegna ai vari figli e nipoti del fondatore del regno, Abdulaziz, i ministeri e le cariche di uno Stato che è di fatto una proprietà privata dei regnanti. Uno dei tanti problemi di questo sistema arcaico è che i principi che ricoprono cariche di vertice, a partire da re Abdullah, che ha 82 anni, versano in precarie condizioni di salute. Per partecipare alle lotte per la successione nei posti chiave nel regno è dunque indispensabile impegnarsi direttamente negli intrighi di corte e questo, sicuramente, farà al Turki che ha un curriculum di tutto rispetto. Per ben 27 anni, infatti è stato il responsabile del Mukhtabarat, il servizio segreto da cui ha dato improvvise dimissioni undici giorni prima dell’11 settembre 2001. La strana coincidenza è stata notata da molti analisti, anche perché proprio Turki aveva assegnato a Osama Bin Laden il ruolo di fiduciario saudita durante il jihad antisovietico in Afghanistan e –dopo la rottura di quest’ultimo con Ryad- lo stesso Turki aveva trattato la consegna di Osama Bin Laden a Ryad, quando il leader di al Qaida era ospite in Sudan. Stupì allora il fatto che Turki fosse riuscito a fare consegnare dai sudanesi il terrorista Carlos alla Francia, ma avesse fallito proprio la trattativa su Osama. Ambasciatore a Londra per due anni, Turki aveva sostituito 15 mesi fa il cugino Bandar bin Sultan nell’ambasciata di Washington. Le dimissioni di Bandar, ambasciatore per 20 anni negli Usa, uno dei “poteri forti” nella capitale Usa, amico personale di George W. Bush, rispondevano a una logica che può fare luce anche sulle dimissioni odierne di Turki. Suo padre, infatti, Sultan bin Abdulaziz, di lì a poco è stato nominato reggente dal nuovo re Abdullah, succeduto al fratello Fahd e Bandar stesso è stato nominato il 16 ottobre 2005, titolare del Consiglio per la Sicurezza nazionale. Sultan padre e figlio, dunque, oggi ricoprono due posizioni strategiche. Ma Sultan padre ha dovuto subire uno dei classici “golpe bianchi” che si susseguono nel palazzo reale. Il 20 ottobre scorso infatti, re Abdallah ha riformato la successione, che era già assegnata a Sultan, che era stato nominato reggente e ha stabilito che invece non vi sarà automatismo, che il reggente non succederà al re, ma che il nuovo re sarà nominato da un consiglio di famiglia composto da circa 150 principi. Si sono dunque riaperti i giochi per la successione e Turki –figlio di re Feisal assassinato nel 1975- vi parteciperà sicuramente con impegno.