Benedetto XVI, col discorso pronunciato a Ratisbona, ha aperto un percorso nuovo nel rapporto tra cristianesimo e Islam, che va ben oltre alla condanna ferma del jiahdismo (“conversione con la violenza”), alla accettazione della distinzione cara a riformatori islamici tra il “Corano della Mecca” e il “Corano della Medina, (Corano della rivelazione e Corano della prescrizione politica e giuridica), perché lancia –in realtà- una disponibilità di dialogo con l’Islam per recuperare, se raccolta, il rapporto tra fede e ragione. E’ la prima volta che un pontefice abbandona senza remore il terreno della mediazione, delle sfumature e attacca frontalmente il jihadismo, chiudendo così una stagione cattolica intrisa di equivoci, di relativismo, di accettazione “dell’altro”, che iniziò con Concilio Vaticano II e che ha avuto in Hans Küng il teologo di riferimento. E’ la prima volta che un pontefice –con delicatezza- fa propria la distinzione tra la prima parte del testo coranico e la seconda, su cui peraltro si basa tutta la prescrizione della shari’a, tutto il diritto, la legislazione, la precettistica, la dottrina politica musulmani. Ma soprattutto è la prima volta che un pontefice romano lancia il guanto di sfida sul punto esatto in cui l’Islam si è separato dalla modernità: quel divorzio tra Dio e ragione che è stato codificato nel dodicesimo secolo da Mhoammed al Ghazali, quella sconfitta di Averroé che ha letteralmente bloccato l’elaborazione scientifica del mondo islamico. Premessa indispensabile a questa negazione religiosa dell’autonomia della ragione (e quindi della scienza) era stata nel decimo secolo, non prima, l’affermazione del dogma del “Corano increato”. Secondo tale dogma, il testo coranico non solo non è “ispirato”, ma, unico libro sacro al mondo, è diretta parola di Dio (riferita dall’arcangelo Gabriele a Maometto), è eterno, preesistente al Profeta, alla stessa Creazione e valido sino alla fine dei secoli. L’affermazione graduale, ma infine totalitaria di questo dogma eliminò dal pensiero musulmano –tranne poche eccezioni- la pratica del ijtihâd, della interpretazione del Logo, del Verbo, del Corano stesso, tipica della corrente mu’tazilita. Codificato e immutabile, il testo coranico è la gabbia che incapsula il musulmano –jihad incluso- sino al Giudizio Universale. Una escatologia chiusa, dogmatica, radice principale del comportamento estremista dei moderni fondamentalisti, Hamas ed Hezbollah inclusi. Su queste basi, al Ghazali, operò due ulteriori passaggi. Codificò il concetto stesso di jihad (il “grande jihad” va combattuto da ogni fedele contro sé stesso, per adeguarsi al Verbo. Il “piccolo jiahad” va combattuto contro gli infedeli per allargare il dar al Islam e obbligarli alla conversione). Soprattutto affermò che “tutta la scienza è contenuta nel Corano”, negò ogni autonomia alla ragione –se non all’interno delle griglie strette stabilite dalle sure- e quindi al pensiero scientifico. Inutilmente Averroé e altri polemizzarono con lui, auspicando lo sviluppo autonomo della scienza rispetto ai condizionamenti dogmatici della religione. La partita si chiuse infine con Ibn Taymmyyia, teologo estremo del jihadismo, dello sguardo rivolto all’indietro, alla pratica e della prima umma musulmana della Medina fondata dal Profeta (sgozzamenti inclusi) padre spirituale dei wahabiti, dei Fratelli Musulmani e di Osama Bin Laden. Il divorzio tra Islam e scienza e ragione si consumò definitivamente in contemporanea con l’esplosione dell’umanesimo in Europa e si cristallizzò in una cultura ottomana che giunse sino a mettere praticamente al bando la stampa dei libri inventata da Gutenberg.
Oggi, Benedetto XVI, offre non solo al cristianesimo e all’ebraismo, non solo al laicismo, ma anche all’Islam questo terreno di scontro-incontro –il rapporto tra Dio e ragione- per un percorso che tenti di scardinare la formidabile barriera che ha consegnato per secoli il pensiero musulmano all’immobilismo. Lo fa, probabilmente cosciente che c’è chi può raccogliere questa sfida, non più Mohammed Taha (impiccato per apostasia nel 1985 a Khartum), ma sicuramente l’iraniano Abdelkarim Sorush (teologo dissidente cresciuto dentro la rivoluzione khomeinista e oggi in esilio), Abdullah al Nhaim (allievo di Taha) e i tanti teologi che, per iniziativa di Saad al Din Ibrahim, parteciparono al Cairo nell’ottobre del 2004 al convegno “Per una riforma dell’Islam” che naturalmente suscitò le ire di Sayyed al Tantawi, sheikh dell’università di al Azhar.