“Marg bar Khamenei”, “Morte a Khamenei”: la svolta iraniana è racchiusa in questo slogan gridato sabato dai manifestanti di Teheran.. Non è la solita invettiva contro il nemico, ma testimonia, per la prima volta, il rifiuto radicale del principio stesso su cui si basa tutta la costruzione dello Stato islamico: Khamenei non parla in nome di Dio, Khamenei non interpreta e traduce in politica la volontà di Dio, Khamenei è solo un dittatore. Quel “Marg bar Khemenei” è la leva che si incunea nella crepa di credibilità del palese broglio elettorale, che la allarga, che incrina tutta l’ideologia del regime. Non gridano questo slogan solo i ragazzi come Neda, la giovane agonizzante ripresa su You Tube, estranei al mondo teocratico delle “barbe”, che sono nati dopo la morte di Khomeini, che viaggiano su Internet, che guardano a occidente. Quello slogan, quel rifiuto di una gerarchia intima, di una assonanza compiuta con Dio di Khamenei, per la prima volta, è stato fatto proprio di fatto dal leader del movimento da Mir Hossein Mussavi che sul suo sito ha attaccato frontalmente il scandaloso avallo al risultato elettorale dato da Khamenei –pur senza citarlo per nome-, rompendo così una tradizionale forma di rispetto reverenziale nei confronti del Rahabar. Un rispetto sempre mantenuto da tutti i contendenti, coscienti proprio che l’Imamato di Khamenei, è il sigillo, il cuore, l’essenza ideologica più pura, e totalitaria, del regime iraniano (che, senza forzature, si può comparare dal punto di vista ideologico e dottrinario, al fürherprinzip del nazismo, che ovviamente lo situò in un contesto ateo). Qui è il salto di qualità della rivolta di questi giorni, là dove Khatami imbrigliò per ben 8 anni le energie dell’opposizione in una perdente e stancante battaglia tutta e solo parlamentare (lasciando che gli studenti fossero massacrati dai bassiji nel 1999, protestando solo debolmente), oggi Mussavi pare intenzionato a gettare la forza del movimento sul baricentro di tutta la costruzione ideologico-politica del regime: l’autorevolezza e la competenza del Filosofo, del Giureconsulto, del Rahabar, di Khamenei. Qualsiasi sia l’esito di queste giornate di sangue, anche se la repressione vincerà, il dubbio che Khamenei non sia infallibile, si è ormai radicato nelle coscienze, dopo che ha avallato brogli di cui tutti gli iraniani conoscono l’estensione. Ma il vero problema per il movimento è nel fatto che non combatte un regime di burocrati feroci, ma di leader rivoluzionari che hanno convinto larga parte del paese proprio del fatto che Khamenei interpreta realmente la parola di Dio e la traduce nel “buon governo”, che è Imam. Un sentimento diffuso e radicato, che motiva intimamente centinaia di migliaia di bassiji (e guida le loro squadracce assassine) e che in queste ore –ma non si sa per quanto- garantisce a Khamenei quantomeno il silenzio di ogni fronda di vertice, soprattutto di quella religiosa. Rafsanjani tace e il suo silenzio pesa, anche se condizionato dall’arresto della figlia Faezeh Hashemi e dal timore di essere incriminato da Ahamdinejad –nonostante la difesa di Khamenei- per una corruzione di cui vi sono abbondanti prove. I grandi ayatollah, a fronte della versione ufficiale che vuole gli incidenti provocati da agenti degli Usa e della Gran Bretagna, tacciono. Il più potente “riformista”, dopo Rafsanjani, Alì Larijani, chiede a Khamenei che l’ayatollah Jannati, suocero di Ahmadinejad, e presidente del Consiglio dei Guardiani, non partecipi al controllo dei brogli che hanno beneficiato suo genero, ma subito si affretta a avallare la tesi del “complotto” straniero e attacca Usa e Gran Bretagna. Larijani, ex responsabile del dossier nucleare e oggi presidente del Parlamento, ha infatti delineato sul suo sito Khabaronline una linea politica scabrosa, che ribadisce la contestazione del voto, ma consegna i manifestanti alla repressione più becera, che giustifica, anche lui, con un “complotto” di miscredenti: “La maggioranza degli iraniani crede che i risultati elettorali siano diversi da quelli ufficialmente annunciati. L’opinione di questa maggioranza dovrebbe essere rispettata e dovrebbe essere tracciata una linea di confine tra questi e i rivoltosi e miscredenti”. Ancora una volta, i “riformisti” –ma non Mussavi che ha rotto con le loro prudenze, che si è schierato con i rivoltosi e si è detto pronto al martirio e non Khatami che si è pronunciato contro la tesi del complotto- lasciano mano libera alle squadre assassine dei bassiji.