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E' democrazia. E' esportata. Bush vince a Baghdad (Il Tempo del 7 marzo)

 
E’ democrazia ed è esportata: chiunque abbia senso della realtà –e onestà intellettuale- non può che riconoscere che le elezioni irachene di oggi segnano il successo pieno della strategia di George W. Bush. Di converso, segnano la penosa sconfitta politica dei suoi critici, a partire da Barack Obama (che addirittura, da senatore, votò contro il Surge del generale Petraeus che segnò la svolta nella sconfitta dei terroristi). Sconfitta di Obama e dei democratici di mezzo pianeta (inclusi gli italiani) che appare più netta e per certi versi penosa proprio oggi, perché, commentando la scadenza elettorale, il vicepresidente Usa Biden è anche costretto ad ammettere che la promessa di ritiro immediato di Obama era prematura, e che i 50.000 soldati americani che dovranno restare ancora a lungo in Iraq “dovranno sparare, mica solo costruire ponti e scuole”. La democrazia irachena deve infatti ancora essere protetta. E’ forte, si è rafforzata di anno in anno, offre lo spettacolo unico di 2.000 donne candidate e di un profluvio di partiti da far invidia, ma è ancora sotto attacco armato del terrorismo. Un terrorismo, si badi bene, che ha visto restringersi ai minimi termini la sua base di raccolta e consenso sul piano interno (tutti i partiti sunniti partecipano al voto, nessuno chiama più al boicottaggio), ma che ha nella Siria di Beshar al Assad (alleata a Teheran) e anche in settori marginali –ma forti- del regime saudita i suoi finanziatori e strateghi. La ragione della persistenza del terrorismo in Iraq è infatti semplice: se la democrazia si rafforza –e si sta rafforzando- si innesca un processo domino che mette in crisi la stabilità di tutti i regimi arabi, non solo di quello siriano, ma anche di tutti gli altri emirati che si reggono su strutture autoritarie. La prova? È sotto gli occhi di tutti ma nessuno la vuole ammettere perché dà ragione in maniera troppo smaccata alla strategia di George W. Bush (e ridicolizza quella di Obama): l’Onda Verde iraniana. Il contagio della esperienza democratica degli sciiti iracheni sugli sciiti iraniani, è evidente per una semplice ragione: il programma di Mussavi e Khatami, la riforma dello Stato iraniano che loro chiedono e che masse di iraniani condividono è esattamente quella scritta dagli sciiti iracheni nella loro Costituzione. Se Obama cambiasse consiglieri e la smettesse di fidarsi di islamici tanto, tanto politically correct, verrebbe a sapere che nel 1979 quando Khomeini impose all’Iran la sua Costituzione teocratica e assolutista –che è quella che oggi i riformisti vogliono abbattere- un gruppo di ayatollah si oppose ferocemente. Questo gruppo abitava a Najaf, il Vaticano sciita e il suo leader era il grande ayatollah Ali al Sistani, che è proprio il leader religioso che ha ispirato la costituzione democratica –e federalista- dell’Iraq e che è guardato come una “sorgente di imitazione” da milioni di pellegrini sciiti iraniani che ogni anno vanno a Najaf e nei luoghi santi in Iraq. Ma queste elezioni possono dare uno scossone anche alla scena politica di Baghdad. Il premier Miottaki ha infatti organizzato un rassemblement che punta a demolire l’egemonia delle forze più clericali tra gli sciiti (da cui lui stesso peraltro proviene). Un rassemblement di sciiti, laici, sunniti e cristiani. Se Mottaki avrà successo e se lo Sciri (il più filo iraniano) e il Dawa (il più autonomo, ma confessionale) perderanno consenso, sarà compiuto un altro passo decisivo verso la costruzione della democrazia irachena. Grazie a George W. Bush.