L’Iran ieri ci ha offerto l’ennesima rappresentazione del dramma “due piazze” due popoli” l’un contro l’altro armati: da una parte la “folla oceanica” (la definizione è del corrispondente dell’Ansa)
che inneggiava nell’immensa piazza Azadi alle farneticazioni di Ahamadinejad; dall’altra le decine di migliaia di manifestanti che tentavano di entrare nella piazza, massacrate dai pasdaran che hanno sparato sulla folla. Stesse scene in tante città iraniane. Bilancio: tre morti e centinaia di arrestati e feriti a cui si aggiungeranno i manifestanti che verranno condannati alla forca (tre sono stati già impiccati e dodici attendono già l’esecuzione). L’indignazione, la piena solidarietà, la richiesta ai governi democratici perché esrcitino tutte le pressioni possibili sul regime (in primis l’inserimento dei pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue), non ci possono però esimere dal porci un angosciante interrogativo. E’ sopportabile, può resistere nel tempo la strategia di Mussavi, Karrubi e Khatami che si basa sul reiterare le manifestazioni del dissenso al prezzo di questi massacri? L’interrogativo è lecito ed ha avuto ieri grande spazio sul Washington Post e consegue da un quesito ineludibile. Questa strategia continua a indurre quelle contraddizioni nei vertici del regime e del clero sciita, che erano evidenti sino all’autunno scorso, da parte di Rafsanjani e di alcuni ayatollah? Può riproporre la stessa dinamica della rivoluzione khomeinista del 1978-1979, in cui i continui massacri di piazza spaccarono il regime dello scià, lo isolarono da tutta la società iraniana (vertici dello Stato inclusi) e portarono addirittura al dissolvimento su sé stesso dell’esercito e delle forze di sicurezza imperiali, letteralmente schifate dalle migliaia di morti mietuti in tutte le città iraniane? I fatti, purtroppo, ci stanno rispondendo e dimostrano che non è così, che tutti i dignitari del regime che fiancheggiavano l’Onda Verde, in primis Rafsanjani, si tacciono ormai da mesi. Peggio ancora, ci dimostrano che il grande blocco realpolitiker il cui leader è Ali Larijani (ex mediatore sul nucleare, molto, troppo apprezzato da Prodi e D’Alema), ha rotto l’alleanza con Rafsanjani e ormai è perfettamente allineato con Ahmadinejad, a cui chiede anzi ancora una più spietata repressione. Infine, ma non per ultimo, i “due popoli, due piazze” l’un contro l’altro armati, l’uno schierato a fianco di Ahmadinejad, l’altro con l’opposizione, ci danno la prova concreta del fatto che il blocco politico del regime che si regge sui pasdaran (rappresentato da Ahmadinejad) e sul “clero combattente” (il cui leader è l’ayatollah Khamenei), continua a godere di un grande, consistente appoggio popolare, perché quello iraniano non è un regime di sanguinari burocrati, ma un “partito d’Allah” che continua a ricevere una sua legittimazione dalla rivoluzione di 31 anni fa. Si rafforza insomma il dubbio che la “ideologia del martirio” che i leader dell’opposizione condividono con i leader del regime, che è il frutto più avvelenato della rivoluzione khomeinista, distacchi dalla comprensione della realtà la dirigenza riformista (che condivise, non va mai dimenticato, tutte le sanguinarie epurazioni contro i riformisti nel 1981-82 che spazzarono via la prima dirigenza rivoluzionaria), che la spinga verso un vicolo cieco, che costringa il movimento a inabissarsi per un lungo periodo, dando peraltro spazio a avventure terroristiche di settori del movimento che non possono avere nessun respiro.