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Orrido dibattito sulle forche tra ayatollah, con esaltazione dell'antisemitismo (Il Foglio del 3 febbraio)

 
La notizia della imminente impiccagione di altri 9 giovani manifestanti dell’Onda Verde, segue l’apertura di un inquietante dibattito sul Terrore che divide i vertici del regime, non certo nella comune intenzione di impiccare tutti i manifestanti possibili, ma sulle ragioni per cui verranno impiccati. Pessimo auspicio per quanto accadrà l’11 febbraio, 31° anniversario del trionfo della rivoluzione di Khomeini, che offre il destro all’Onda Verde per tentare sue manifestazioni, già minacciate di una repressione feroce. L’impiccagione di Arash Rahmanipour, e Mohammad Ali Zamani, della settimana scorsa ha segnato l’apertura della terza grande stagione del Terrore islamico, dopo quella del 1979-80 e le “purghe staliniane” che decimarono la prima dirigenza di fedelissi a Khomeini, nel 1981-83 (con piena complicità di Mussavi e Rafsanjani). L’accusa di essere “mohareb”, nemici di Allah, contestata ai due impiccati e alle prossime nove vittime della forca, non è una novità nei tribunali islamici, -fu contestata nel gennaio 2008 a Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, impiccati perché gay- ma assume un rilievo dirompente quando applicata ai imputati di reati politici. Ogni contestazione materiale, viene infatti subordinata ad un puro, agghiacciante, reato di opinione per il quale si viene impiccati. Il “mohareb”, infatti, è chi non riconosce la legittimità, direttamente discendente da Allah, del regime iraniano e quindi del suo operato. Per questo va ucciso. Sin qui la “giurisprudenza” consolidata. Ma l’ayatollah Ahmad Jannati, che presiede il Consiglio dei Guardiani, ha fatto un passo ulteriore. Ha introdotto –avendone titolo istituzionale- un riferimento teologico alla sua richiesta fortissima di moltiplicare le condanne a morte, paragonando il ruolo dei manifestanti di oggi, a quello di “sobillatori della comunità islamica” che Khomeini ha sempre attribuito agli ebrei (non agli israeliani, agli ebrei) sulla scorta del Corano e degli hadith. Ha insomma riproposto contro l’Onda Verde, la concezione più pericolosa dell’antisemitismo islamico delle origini, che dal 627 D.C. vede nell’ebreo il turbatore della quiete politica della umma e il bugiardo manipolatore della Bibbia: “Il profeta Maometto strinse un patto di non aggressione con tre tribù ebraiche. Gli ebrei non rispettarono i patti e Allah ordinò che fossero massacrati, e anche l’Imam Ali ordinò l’uccisione di 70 ebrei infedeli. Quando si tratta si sopprimere i nemici, la compassione e la benevolenza divine non hanno significato”. Il riferimento è ai 670 ebrei Banu Quraizah che il profeta fece sgozzare, nonostante non avessero levato le armi contro di lui (l’accusa era di avere avuto “intelligenza con i nemici della Medina, durante la “battaglia del Fossato”), si fossero a lui consegnati senza combattere, rimettendosi alla sua pietà. Jannati, dunque, dimostra con questa sua orrida “lectio magistralis”, che l’origine della ferocia della repressione di questi mesi –come dell’odio di Ahmadinejad per Israele- non è nel militarismo dei pasdaran, ma nella più profonda ideologia fondamentalista. Non più forche dunque per dei muhabereh, spie di Israele e degli Usa, ma per dei mohareb, alleati “oggettivi” degli ebrei, che –in quanto tali- sono alleati del diavolo e “nemici di Dio”. Contro questa interpretazione, va notato, non si è levato Rafsanjani che si è adeguato al messaggio lanciatogli da Khamenei il 19 gennaio: “Tutti i personaggi di primo piano della Repubblica islamica devono prendere una posizione trasparente ed evitare le ambiguità, perché di questo c'è bisogno nei momenti di sedizione”. Rafsanjani si è infatti affrettato a dichiarare che il programma nucleare iraniano è “irrinunciabile” e ha marcato netta distanza da Mussavi e Karrubi –che hanno chiamato l’Onda Verde in piazza- invitando “tutte le parti alla moderazione e ad astenersi da ogni violenza in occasione delle celebrazioni del 31° anniversario della Rivoluzione, che non servirebbero ad altri che ai nemici dell’Iran”. Ha invece duramente polemizzato con Jannati, il capo della magistratura iraniana, ayatollah Sadeq Larijani, fratello di Alì Larijani, che controlla il pacchetto di voti dell’università di Qom. Sadeq Larijani infatti ha contrapposto il rispetto formale del Codice, alle motivazioni teologiche e ai riferimenti alla società “perfetta” del Profeta alla Medina: ”Alcuni settori si aspettano che la magistratura acceleri i casi riguardanti membri di gruppi mohareb. Ma queste attese sono politicamente motivate e contrarie alla sharia e le leggi del Paese. La misura per i giudici nel trattare questi casi è solo l’autorità della legge”. Dunque, “giudici solo sottoposti alla Legge” nella versione “moderata”, contro giudici ispirati dal ruolo salvifico del Profeta. Il tutto, ribadendo il comune obbiettivo di impiccare, sempre e comunque, per l’una o per l’altra strada, tutti i “mohareb” possibili. A questo –dopo la defezione di Rafsanjani- si stanno riducendo le contraddizioni interne al regime iraniano.