“Abbiamo bisogno di Berlusconi, Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità
internazionale”: il premier Netanyahu non ha usato mezzi termini nell’accogliere a Gerusalemme il premier italiano (sicuramente non avrebbe mai accolto con tale enfasi Prodi e tantomeno D’Alema) ed è stato ricambiato con pari calore da parte di Berlusconi: “Siamo qui, con il nostro governo a testimoniare il nostro amore, la nostra vicinanza, la nostra volontà di collaborare; Italia e Israele sono due Stati vicini e due popoli vicini e condividiamo l’orgoglio di essere noi, con la nostra cultura giudaico-cristiana alla base della civiltà europea”. Eppure, per la prima volta, i due premier sono perfettamente coscienti che i colloqui non saranno semplici, come nel passato, perché Berlusconi si è fatto precedere da una sua intervista al quotidiano Haaretz (opinion leader dell’opposizione a Netanyhau) in cui ha espresso una forte critica al governo di Gerusalemme: “La politica israeliana degli insediamenti può rappresentare un ostacolo alla pace. Voglio dire al popolo e al governo israeliani che perseverare in questa politica sarebbe un errore. Non si potrà mai convincere i palestinesi della buona volontà di Israele, se Israele continuerà a edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di pace.” Naturalmente c’è una spiegazione alla apparente contraddizione di un’accoglienza così calorosa di parte israeliana ad un alleato che però si fa portatore di così pungenti critiche. Netanyhau sa bene che Berlusconi, come spesso sa fare, ha perfettamente scelto i tempi, e sa altrettanto bene che proprio l’Italia, questa Italia, può dare un impulso al processo di pace con Abu Mazen, ormai nelle secche. Nonostante le roboanti promesse di inizio mandato, infatti, Barack Obama si disinteressa da mesi –incredibilmente- della crisi israelo-palestinese e non ha avanzato nessuna proposta di mediazione, tanto che Haaretz paragona il suo emissario George Mitchell “ad un canguro che salta da una capitale all’altra con una borsa vuota, perché non c’è niente da offrire”. L’Ue peraltro, con la sua miss Pesc Lady Ashton e col suo emissario Tony Blair, brilla per la sua inerzia (fatte salve le faraoniche spese delle missioni di Blair). Ma la Farnesina e palazzo Chigi hanno intravisto l’apertura di una “finestra di opportunità” per muovere le acque e hanno deciso di calare due assi: l’assoluta fiducia che le due parti hanno nel premier italiano e nel suo ministro egli esteri (Berlusconi, grazie a Bettino Craxi e a Ben Ammar ha sempre avuto eccellenti rapporti personali con Yasser Arafat e poi con Abu Mazen). E poi la concretezza del premier italiano, che vola a Gerusalemme con mezzo governo per firmare consistenti contratti economici, fondamentali per Gerusalemme, che si dichiara paladino entusiasta dell’ingresso di Israele nell’Ue e che dall’altro lato promette ai palestinesi un mastodontico “Piano Marshall” di aiuti economici se mai concluderanno le trattative. La mediazione sugli insediamenti dunque oggi è possibile: questo è il segreto del viaggio. Abu Mazen, ha dichiarato che basterebbero solo 3 mesi di congelamento completo degli insediamenti (anche quelli in costruzione, punto di rifiuto da parte di Netanyhau) per far ripartire il negoziato. Netanyhau, da parte sua può –il condizionale è d’obbligo- accettare da Berlusconi quello che ha rifiutato ad Obama e concordar sull’apertura di una finestra negoziale con un congelamento limitato nel tempo. Tra due giorni sapremo se la mossa italiana ha avuto successo.