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Obama tende la mano all'Islam, ma verrà rifiutata (Il Tempo del 22 gennaio)

 
Tra le tante ragioni per cui l’elezione di Barack Obama va salutata, non ultima è quella che apparirà chiara di qui a poco: tutto il grande mondo del politicamente corretto, l’immenso partito planetario del dialogo a tutti i costi, tutti coloro che sono convinti che l’estremismo islamico sono una reazione alle colpe dell’occidente, sono da oggi in poi costretti a fare i conti con la realtà. L’uomo che incarna questa posizione è oggi il leader più potente della terra, può attuare queste strategie, può dimostrare che c’è un’alternativa a George W. Bush. Può, farlo, ma non ci riuscirà e sarà costretto a prendere atto che tutte quelle alte e nobili aspirazioni, sono flatus voci, non hanno spazio nel mondo reale. Tutti i giornali ieri davano un grande risalto alla “mano tesa all’Islam” di un passaggio chiave del discorso di Obama. Non è una novità, George W. Bush ha teso la sua mano all’Islam sin dai giorni successivi all’11 settembre (ha anche partecipato a funzioni dentro moschee americane), ma ha poi pagato il prezzo di due guerre di soldati “cristiani” sul suolo di paesi islamici. Obama, è vero, non ha questa “macchia”, ma solo per la ragione che non ha passato politico, non era al Senato nel 2001 e neanche nel 2003: può tendere la mano. Ma quella mano verrà rifiutata. La ragione è semplice, ma ha più facce. Il miliardo e mezzo di musulmani del mondo calibrano il loro rapporto con gli Usa innanzitutto e prima di tutto su un punto: Israele. L’esistenza stessa di Israele è un vulnus per il grande mondo musulmano “moderato”, tanto che su 54 paesi islamici del mondo, solo 4 –Egitto, Giordania, Marocco e Mauritania- riconoscono lo Stato di Israele. Ma sul punto Barack Obama è molto, molto più filoisraeliano, di quanto non lo sia mai stato George W. Bush. E ancora più vicina a Gerusalemme è il Segretario di Stato, Hillary Clinton. Ben presto quindi, tutti quanti si attendono la “svolta” filoislamica di Obama, saranno costretti a prendere atto di un ritorno negativo. Ben presto i musulmani del mondo dovranno prendere atto che per Obama, come per Bush e per tutti i presidenti americani “la difesa di Israele è difesa degli interessi strategici degli Usa”. E sarà scandalo, per loro.
Non basta. L’unico paese che Obama ha citato nel suo discorso, è l’Afghanistan e ha preso l’impegno di intensificarvi il contrasto armato contro al Qaida. Ma non c’è un musulmano al mondo –se non il governo afgano e minuscole minoranze- che viva la guerra in Afghanistan come giusta. Infine, l’Iran. Obama sicuramente avvierà un dialogo con Teheran, ma su un punto sarà irremovibile: nessun cedimento sull’arricchimento dell’uranio in deroga –come è in deroga- alle regole dell’Aiea. Tutto quanto poteva essere concesso agli ayatollah per risolvere il contenzioso, è stato sinora concesso dal “Quartetto”. Ma Teheran l’ha rifiutato. Da qui a pochi mesi, la mano tesa di Obama all’Islam, si trasformerà quindi in una sua mano armata contro una parte dell’Islam (ripetiamo, una parte), sulla scia di George W. Bush. Con buona pace del politicamente corretto

 

 

 

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