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Perché le preghiere islamiche sui sagrati del duomo di Milano e Bologna sono una minaccia (Il Foglio del 13 gennaio)

 
Due elementi costitutivi della tradizione islamica vengono costantemente ignorati da chi affronta con approssimazione -soprattutto troppi porporati- il tema del rapporto con i musulmani: la fitrat e la taqiyya. Se si inforcano invece occhiali forniti di queste due indispensabili lenti, le preghiere sui sagrati del Duomo di Milano e di Bologna da parte di migliaia di manifestanti musulmani, assumono un carattere di violenza ideologica, di offesa, di sfida. Il primo termine –fitrat o khilqat- rimanda al concetto di Islam quale religione naturale dell’uomo. Concetto stranamente disertato dai tanti cultori del dialogo interreligioso nostrani. François Jourdan così sintetizza il concetto teologicamente aberrante per chi aspiri alla libertà di fede: “Per l’Islam, tutto è già stato consegnato al primo uomo, Adamo, e tutti gli uomini nascono, come Adamo, nello stato di Islam “naturale”, fitrat. Un adith, molto conosciuto di al Bukari riporta questa frase attribuita a Maometto: “Ogni bambino, alla sua nascita, nasce secondo il piano di Dio, fitrat. Sono i genitori che ne fanno un ebreo o un cristiano.” Dunque, fermarsi in maniera preorganizzata, sul sagrato di un duomo, per testimoniare il proprio Islam, altri non è che sottolineare proprio l’aspirazione egemonica innata dell’Islam sul cristianesimo. Quelle preghiere testimoniano l’incredibile pretesa che l’Islam ha di essere “la religione naturale”, di cui il cristianesimo e le altre religioni ammesse sono letteralmente “deviazioni”. Questo concetto di fitrat è basilare in tutta la struttura della Rivelazione coranica, tanto che supporta le molteplici invettive che il Profeta lancia contro ebrei e cristiani, circa la manipolazione, la falsificazione, il tradimento del testo del Libro di cui essi si sarebbero resi colpevoli (inclusa la Crocefissione del Cristo). Questo concetto, è oggi tanto determinante, che la Dichiarazione dei Diritti Umani nell’Islam, approvata dai i paesi musulmani nel 1990, lo pone al centro della sua -raccapricciante- definizione della libertà religiosa (articolo 10): “L’Islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano. E’ proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo.” Dunque, supporto pieno alla criminalizzazione di chiunque tenti di convertire un musulmano, ma anche presupposto per la dichiarazione di apostasia (con conseguente pena di morte), nei confronti di chiunque lasci l’Islam, commettendo così un “delitto contro natura”. Ricordata con tanta plastica evidenza l’egemonia intrinseca dell’Islam sul cristianesimo, i manifestanti di Milano e Bologna hanno dato poi fondo all’arte della dissimulazione, riempiendo i giornali di ipocrite versioni dell’avvenuto, nessuna delle quali riferita a quanto scritto sin a qui, che è la ragione fondamentale di quel gesto. Per comprendere come la taqiyya, la dissimulazione, sia connaturata con la cultura islamica, va ricordato che alla morte del Profeta iniziò una vera e propria “guerra civile” tra sciiti e sunniti. Anche nel cristianesimo, il diritto a negare dogmi di fede o a compiere gesti contrari ad essa, ha un nome –“nicodemismo”- ma esso ebbe pratica solo per un secolo o poco più, nelle guerre di religione successive alla Riforma. Nell’Islam, invece, da 1400 anni è ininterrotta la sequela di guerre inter mussulmane, sì che la taqiyya, è diventata un costume culturale diffuso, radicato, ha abbandonato il suo carattere di scudo contro la persecuzione, per divenire abitudine, arte retorica diffusa e radicata di un parlar obliquo. Taqiyya è dunque la risibile spiegazione della prima ora che voleva le due preghiere sul sagrato, del tutto casuali. Taqiyya è la negazione, anche da parte dell’Imam di Segrate che poi è andato a porgere le scuse al cardinal Tettamanzi, del significato vero, di quel gesto. Taqiyya è larga parte del linguaggio politico musulmano e soprattutto di quello “interreligioso”. Per decenni i grandi inviati progressisti di mezzo mondo hanno fatto finta di non capire cosa vuol dire la frase in bocca prima ad Arafat, poi a molti suoi epigoni: “La Palestina sarà liberata dal Giordano al mare”. Bene, non è un immagine poetica, non è linguaggio forbito da Mille e una notte, come molti hanno sempre creduto. La sua traduzione, che qualsiasi arabo comprende è: “Distruggeremo Israele”. E’ insomma la stessa, identica, minaccia espressa nel 2005 da Ahmadinejad. Campione di dissimulazione è Tariq Ramadan, che su di essa ha costruito le sue fortune. Nel corso di un intervista, ad esempio Silvia Grilli, gli chiese: “È giusto uccidere un bimbo israeliano di 8 anni perché da grande farà il soldato?” Tariq Ramadan rispose che è proprio giusto uccidere un bimbo israeliano, senza però mai dirlo: “In sé è un atto moralmente condannabile. Ma è contestualmente comprensibile, perché la comunità internazionale ha consegnato i palestinesi agli oppressori.” Per questo, tanti europei lo invitano nei loro salotti.

 

 

 

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