L’Osservatore Romano ha riportato con evidenza giovedì scorso un articolo di forte denuncia della persecuzione dei cristiani in Pakistan, così sintetizzata nelle parole di padre Emmanuel Asi: “Ancora oggi essere cristiani in Pakistan, equivale ad essere cittadini di serie B”, trasparente allusione, questa, allo statuto di dhimmi –sottomessi- che la società musulmana califfale riservava, sino al diciannovesimo secolo (e oltre) alle due religioni “ammesse”. Non è la prima volta che l’organo della Santa Sede affronta il tema, ma oggi non si può non notare il senso di una svolta –conseguente alla ridefinizione di “dialogo” tra le fedi voluta da Benedetto XVI°- rispetto al passato. Per anni infatti, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II°, ha sempre stupito gli osservatori la scelta di Roma di adottare un profilo non basso, ma bassissimo, nei confronti della persecuzione dei cristiani in Pakistan. Stupore che derivava dal fatto che questa persecuzione –a differenza di quanto avviene in India, Indonesia e altri paesi musulmani- non è solo opera di terroristi, di fondamentalisti, o di quel mix di conflitto etnico e religioso che ha seminato morte in Sudan e in Egitto. In Pakistan è proprio lo Stato, introdotto nel 1982 l’articolo 295 del Codice Penale, (la cosiddetta Blasphemy Law), a istituire le premesse per questa persecuzione, denunciata dalla pagine del quotidiano della Santa Sede dai delegati del World Council oh Churces. L’articolo 295 punisce con la pena sino all’ergastolo –nel 1986 questa è stata portata sino alla pena capitale (ma questo non è riportato dall’Osservatore)- nei confronti di “quanti con parole o scritti, gesti o rappresentazioni visibili, insinuazioni dirette o indirette, insultano il Sacro Nome del Profeta”. E’ sufficiente dunque dire in pubblico “Cristo è figlio di Dio”, per violare l’articolo 295, perché questa frase smentisce l’unicità assoluta di Dio predicata da Maometto. Questa legge, ispirata dal “Khomeini sunnita” Abu Ala al Mawdudi, ha dato il via a una tale massa di persecuzioni legali, processi (più di 4.000) e sofferenze della comunità cristiana, che il 27 aprile 1998, John Joseph, il vescovo cattolico di Faisalabad, si è suicidato con un colpo di pistola, in un aula del tribunale di Sahiwal, per protestare contro la condanna a morte appena comminata a Ayub Masi, un suo fedele, accusato di avere elogiato Salman Rushdie. Un suicidio che creò molto imbarazzo in Vaticano, anche perché era frutto di una scelta lungamente meditata –non priva di evidenti polemiche nei confronti dell’atteggiamento prudente della Chiesa- tanto che pochi giorni prima aveva scritto una lettera pubblica per motivare il suo rifiuto a partecipare ad una conferenza a Roma: “Offro il mio sacrifico contro l’oppressione. Mi considererò estremamente fortunato se nella missione di abbattere le barriere, nostro Signore accetterà il sacrificio del mio sangue per il bene del suo popolo”. Tra gli esempi di persecuzione, il vescovo Joseph citava 14 casi di persone accusate di aver violato la legge sulla blasfemia e per questo imprigionate, condannate a morte o uccise. Una di loro, di soli 12 anni. Il gesto clamoroso del vescovo Joseph ebbe una certa eco in Pakistan, tanto che la condanna a morte del cristiano Ayub Masi fu revocata, ma fu presto dimenticato a Roma, là dove quasi solo le iniziative della Fides e l’eccellente Asia News (www.asianews.it), diretto da padre Roberto Cervellera, hanno tentato di tenere viva in questi anni l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani in Pakistan e Asia. Oggi, peraltro, la decisione del nuovo premier Reza Gilani di nominare “ministro delle minoranze” il cattolico Shahbaz Bhatti, apre una finestra di opportunità per la riforma della Blasphemy Law, punto principe del suo programma e della sua associazione interconfessionale Amp. Ma questo sarà un altro fronte del duro scontro interno che sta arrivando al calor bianco tra il governo e settori dei vertici militari e dei servizi, legati al fondamentalismo islamico. Il punto è che la Blasphemy Law non fu imposta da ulema fanatici, ma dal generale Zia ul Haq, strettissimo e fidatissimo alleato –con i suoi generali fondamentalisti- del presidente Usa Jimmy Carter. In questo contesto, l’attenzione vaticana al Pakistan evidenzia la volontà di un confronto serio e concreto con il mondo musulmano non più –come inutilmente si è fatto da 40 anni- sul terreno teologico, ma sul quello del rispetto dei diritti fondamentali della persona, come indicato da Benedetto XVI°.