Silvio Berlusconi ha scelto Gerusalemme per porre l’Italia alla guida di uno schieramento internazionale che tenti sul serio –e non solo a parole- di imporre all’Iran l’abbandono dei suoi programmi per la bomba atomica. Questo, nella convinzione che l’arma delle sanzioni economiche contro Teheran vada usata fino in fondo, e non nel modo ancora blando previsto dalle risoluzioni Onu. L’Italia, ha detto Berlusconi al termine dei suoi colloqui con Benjamin Netanyhau, ha deciso di pagare un prezzo non leggero in questa direzione, già rinunciando a importanti contratti che l’Eni aveva firmato con un Iran estremamente bisognoso della tecnologia petrolifera occidentale: “L’Eni ha in vigore con Teheran un contratto da rispettare, salvo pagare indennità pesanti, ma ha già disdetto la possibilità di sviluppare la terza fase di una attività in un importante, è un’azienda quotata in borsa e noi ne tuteliamo gli interessi”. Da parte sua, Franco Frattini, per smentire possibili equivoci sull’interscambio tra Italia e Iran, ha aggiunto: “Non abbiamo segreti con i nostri amici israeliani, daremo loro tutti i dati del nostro interscambio. Ma siamo assolutamente fermi nel bloccare nuovi investimenti nei settori del gas e del petrolio e abbiamo già bloccato l'assicurazione Sace per chi investe in Iran”. Una notazione tecnica con forte valenza politica: senza la copertura assicurativa Sace, che garantisce i pagamenti delle commesse da parte iraniana, nessuna azienda privata, sottratta al controllo del governo (l’Eni è controllata dal Tesoro), arrischia investimenti in un paese a così alto rischio. Queste affermazioni lasciano trasparire una realtà difficile –per certi versi scabrosa- che è bene rimarcare. Quando Ahmadinejad venne a Roma nel novembre 2009 per il vertice Fao, non fu ricevuto da nessuna autorità politica, ma un centinaio di imprenditori italiani affollarono entusiasti il suo ricevimento all’Hilton, applaudendolo spesso, segno concreto di una volontà di fare affari, all’insegna del classico “non olet”. In uno stato democratico, fatti salvi i pochi settori colpiti da sanzioni Onu, un governo non può impedire agli imprenditori di stipulare contratti con chicchessia, ma la cessazione della copertura assicurativa Sace è più che sufficiente per far sfumare la voglia di fare gli affari apparentemente più vantaggiosi. Infatti, ha chiosato Frattini : “ Già dal 2001 al 2008 c’è stata una riduzione di oltre la metà degli interscambi, e nei primi sei mesi del 2009 un ulteriore abbattimento del 30%. Siamo ampiamente sotto, meno della metà dell’interscambio tedesco”. Berlusconi ha marcato nel complesso una netta differenziazione politica rispetto alla ricerca di dialogo ad ogni costo con Ahmadinejad da parte del governo Prodi (che ebbe con lui persino un incontro ufficiale a New York il 19 settembre 2006): “Il problema della sicurezza in Israele è fondamentale. Ora ancor di più perché c'è uno Stato che prepara l'atomica, uno Stato che ha una guida che ricorda personaggi nefasti del passato. Dobbiamo vigilare, abbiamo già avuto un pazzo simile nella storia Il progetto annunciato dall’Iran che potrebbe sfociare in un'arma nucleare è cosa che tutti gli Stati devono considerare con grande attenzione. Farò di tutto per far sì che non ci sia indifferenza e che questo si traduca in azioni forti che servano a fermarlo. E’ nostro dovere sostenere e aiutare l'opposizione in Iran. Auspico che non si debba arrivare a uno scontro armato che nessuno vuole.” Berlusconi con questo suo viaggio –perfettamente calcolato nei tempi- ha dunque coperto l’incredibile vuoto lasciato da Obama, dopo il fallimento della sua strategia negoziale, e ha collocato l’Italia in un ruolo centrale per nuove iniziative contro l’Iran, mettendo sul piatto anche la sua personale amicizia con Vladimir Putin: “'Ho messo al corrente Netanyahu delle assicurazioni che Putin mi ha dato, ma credo di poter dire che negli ultimi tempi c'è una forte consapevolezza anche a Mosca del pericolo rappresentato dall'Iran”. Infine Berlusconi ha aperto una porta alla richiesta israeliana di inserire i Pasdaran (che controllano anche dal punto di vista societario e non solo militare il programma atomico) nella lista delle organizzazioni terroristiche: “E’ una decisione che bisogna prendere a livello europeo e comunque serve una istruttoria approfondita. Stiamo riflettendo su misure individuali che, se adottate da Onu o Ue, potrebbero limitare la circolazione e la concessione di visti ai componenti di quella organizzazione”.