Angela Merkel ha definito la repressione delle forze di sicurezza iraniane “inaccettabile”, e tutti i governi europei si sono distinti per prese di posizione molto dure nei confronti del governo di Teheran, mentre Franco Frattini si è incaricato di portare l’Unione Europea ad una netta posizione di richiamo. Ancora una volta, invece, l’amministrazione Usa si è espressa solo per bocca di un portavoce, ieri è stato Mike Hammer, del National Security Council, mentre sono mancate, le prese di posizione di Obama o dei suoi principali ministri. La ragione di questo defilarsi dei responsabili Usa è semplice: è agli atti il fallimento totale della “svolta” nelle relazioni irano americane predicata da Obama e –soprattutto- non è alle viste una nuova strategia. Con una mossa azzardata –che un giorno gli verrà rimproverata aspramente- Obama infatti decise di non aspettare, come un presidente accorto avrebbe dovuto fare, l’esito delle cruciali elezioni presidenziali iraniane, ma di anticiparle con una totale apertura di credito ai dirigenti iraniani contenuta nel suo discorso del Cairo, dalla mosche di al Azhar, del 4 giugno. Dopo l’esito elettorale, i brogli e la dura repressione successiva, un Obama in evidente imbarazzo, ha più volte spostato la data della verifica finale della volontà di dialogo degli iraniani: prima a fine settembre, poi a fine novembre, infine a fine dicembre. Avuta a Ginevra e nelle strade di Teheran la risposta più inequivocabile, il presidente Usa ora non dispone in tutta evidenza di una strategia di riserva per una ragione molto semplice: è prigioniero del suo multilateralismo. Sia sul terreno del nucleare, che su quello della repressione interna, il multilateralismo obamiano gioca così in toto a favore degli oltranzisti iraniani. Sino a quando George W. Bush minacciava azioni militari americane, anche al di fuori dell’ombrello Onu, era infatti chiaro ai moderati, così come agli oltranzisti che le minacce erano realistiche, che Bush avrebbe potuto portarle a segno, come aveva fatto in Iraq. Questo aveva aperto una dinamica interna al regime iraniano, con un conseguente rimescolamento di schieramenti, tanto che l’ala più moderata, facente capo a Ali Rafsanjani –sponsor dei riformisti di Mussavi- pareva essere riuscita ad arruolare anche personaggi centrali come Ali Larijani, ex responsabile delle trattative sul nucleare e attuale presidente del Majlis, il parlamento, Bagher Qalibaf, sindaco di teheran e altri. La minaccia dell’amministrazione Bush di un embargo unilaterale americano e soprattutto di azioni militari Usa, aveva infatti indotto lo spostamento verso posizioni aperturiste verso l’occidente della grande area sociale del bazar, che in Iran è centrale e rappresenta un intreccio storico tra il commercio e il grande capitale finanziario privato (il cui punto di riferimento è appunto Rafsanjani). Ma l’avvento dell’amministrazione Obama ha tolto ogni credibilità a questa minaccia perché il vincolo multilaterale, dogma per il neo presidente- comporta l’accettazione del veto cinese e russo nei confronti di ogni forte pressione sul governo iraniano. Ahmadinejad e Khamenei sanno infatti benissimo che la Cina di Hu Jintao –per evidenti ragioni di autoconservazione- non permetterà mai che vengano adottate sanzioni che favoriscano un movimento di massa in lotta contro un regime autoritario (e lo stesso dicasi per la Russia di Mevdev e Putin). La dirigenza iraniana riformista e comunque quella più disponibile ad un confronto dialogante con l’occidente si è così trovata indebolita sul fronte internazionale, nel momento stesso in cui ha fallito tutti i tentativi di ribaltare il verdetto elettorale del 12 giugno scorso e addirittura di destituire Khamenei (obbiettivo che Rafsanjani persegue da tre anni, dalla posizione strategica di presidente del Consiglio dei Guardiani, che ha appunto i poteri per nominare, ma anche per destituire la Guida della Rivoluzione). Scomparsa anche la voce dell’ayatollah Montazeri, gli spazi della fronda di vertice a Khamenei e Ahmadinejad sembrano quindi ridotti al lumicino: Rafsanjani non parla in pubblico da mesi e non si registra un suo commento neanche agli avvenimenti tragici di questi giorni, Bagher Qalibaf tace, mentre Larijani, in veste di neo falco, si fa sentire solo per incitare a reprimere con più forza i manifestanti e per attaccare gli Usa sul nucleare. Il punto di svolta pare essere stata la riunione dell’Ufficio della Guida Suprema del 13 dicembre, in cui i generali pasdaran avrebbero chiesto e ottenuto da Khamenei l’arresto di Mussavi, Karrubi e Khatami, tanto è che nei giorni successivi Khamenei ha annunciato: “l’opposizione sarà estirpata”. E’ quindi possibile che in queste ore, misurate le nulle (sul piano pratico) pressioni internazionali e le declinanti resistenze interne, il regime stia attuando una escalation preparata da settimane, che prevede l’arresto di Mussavi e dei leader riformisti al culmine di giornate di sangue che proverebbero la loro attività “controrivoluzionaria”.