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Obama deve smettere di pensare che tocchi a Israele risolvere il problema del nucleare iraniano (Libero del 17 dicembre)

 
Tutte le cancellerie europee hanno espresso ieri una “grande preoccupazione” alla notizia della piena riuscita del lancio sperimentale da perte dell’Iran di una versione avanzata del missile Sejil-2 che, con una gittata di 2.000 chilometri, è in grado di raggiungere tra l’altro il territorio di Israele. Al solito, toni bassi alla Casa Bianca, che raccoglie i cocci di una fallimentare strategia del dialogo voluta da Obama che ha affidato il commento al portavoce Mike Hammer, che ha dichiarato che “il lancio del missile ha il solo effetto di minare la fiducia sulle dichiarate intenzioni pacifiche del suo programma nucleare”. Dichiarazione veramente stravagante, visto che anche una matricola di West Point sa bene che questi missili intercontinentali hanno senso solo se armati con ordigni nucleari e nessun senso se armati con armi convenzionali. Per questo
il premier britannico, Gordon Brown, ha subito affermato che il test ''giustifica'' nuove sanzioni, , perché fornisce la prova provata che il regime di Ahmadinejad non solo non è disposto a contrattare con l’Onu il controllo al suo programma di arricchimento dell’uranio, ma che si sta avvicinando a passi celeri alla disponibilità di una micidiale bomba atomica. Il grande problema che ha l’occidente, però, è il vuoto di iniziativa e di idee dell’amministrazione Obama che ha regalato agli ayatollah un anno e mezzo per sviluppare i propri progetti e che solo ora, inizia il cammino verso nuove sanzioni all’Iran, ben sapendo però di dover convincere una Cina e una Russia che però usano della minaccia iraniana in funzione di disturbo e di trattativa con la superpotenza Usa su gli altri tavoli (a partire da quello degli oleodotti asiatici). Poche ore prima del lancio del missile Sejil-2, il Congresso Usa aveva approvato quasi all’unanimità una legge che punisce con forti sanzioni tutte le aziende che vendono benzina all’Iran, che la trasportano o che la assicurano (la situazione economica iraniana è talmente pazzesca che il paese è costretto a esportare il grezzo, per poi reimportarlo raffinato sotto forma di carburante). Mossa puramente politica –il traffico di benzina nel Golfo è incontrollabile- che lascia la situazione irrisolta. Gli ayatollah e i pasdaran avranno infatti mani pienamente libere e non avranno da temere nulla sino a quando Obama non avrà il coraggio di ammettere il proprio errore strategico, il fallimento del suo ingenuo “dialogo” e non inizierà a costruire nei paesi confinanti con l’Iran una forte alleanza che renda credibile una opzione militare (come già aveva fatto Condoleeza Rice con l’Egitto e l’Arabia Saudita, prima che Obama facesse marcia indietro). Sino ad oggi Obama si è invece rifugiato nella scelta di lasciare che sia il solo Israele a minacciare di bombardare i siti nucleari iraniani, senza minimamente farsi carico di una alternativa credibile nel più che probabile caso che anche nuove, dure, sanzioni non impediscano a Ahmadinejad di disporre di un arsenale atomico. Una “svolta” rispetto alle strategia di Bush, che ha peraltro permesso agli iraniani di sviluppare quell’iniziativa di consolidamento di alleanze nella regione che gli Usa hanno lasciato cadere. Poche ore prima dell’annuncio del lancio del nuovo missile, infatti, dal Cairo, la direzione dei Fratelli Musulmani ha dichiarato a tutto il mondo musulmano che schiererà tutti i suoi partiti nazionali (fortissimi in Egitto e Giordania e in Palestina con Hamas) a fianco dell’Iran nel caso venga attaccato militarmente.


 

 

 

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