Sbaglia e di grosso Gianfranco Fini quando difende con così istituzionale puntiglio l’attuale assetto costituzionale dagli attacchi frontali di Silvio Berlusconi. Sbaglia nel merito e anche politicamente, perché dimostra di non essersi accorto che anche lui, anche la sua carriera politica potrà essere sconvolta e condizionata da una stortura costituzionale ormai evidente a chiunque (ma non a sinistra, per ragioni d’interesse). Vi è infatti una ragione di fondo per cui dal 1991 gli italiani leggono regolarmente questo titolo d’apertura sui giornali: “L’Anm contro il ministro della Giustizia”, titolo spesso intercambiabile con: Il Csm contro il Guardasigilli”. Questa ragione è tanto semplice, quanto drammatica: in Italia è completamente saltato il check and balance, l’equilibrio tra i poteri e la Magistratura non è più sottoposta ad alcun contrappeso istituzionale. Le colpe di questa stortura sono molte e la catena ha inizio nel 1948, in una Costituzione in cui furono disattesi i continui, appassionati allarmi lanciati da Codignola e altri (tra cui Giovanni Leone) e si disegnò un Csm che inevitabilmente –privo completamente di freni e contrappesi com’era- lo avrebbe portato ad aspirare al ruolo di “terza camera” e una Consulta facilmente condizionabile da una parte politica contro l’altra. In Italia noi abbiamo oggi –ma come fa Fini a non accorgersene, quando puntigliosamente cita proprio gli articoli della Costituzione sul tema?- un Csm che dichiara formalmente “anticostituzionale” una legge, che non punisce le continue violazioni del codice da parte delle Procure (mai ha sanzionato la violazione del segreto d’ufficio, prassi mediatica abituale per vincere i giudizi) e una Consulta che non garantisce imparzialità nel giudizio. Chiunque conosca minimamente la storia della Costituzione materiale, sa –e Fini dovrebbe cambiare consulenti al riguardo, al più presto- che la fragilità dei contrappesi posti nella Carta Fondamentale al Csm e alla Consulta era tale che è bastato che il legislatore intervenisse su un punto, apparentemente neutro, della struttura dell’ordinamento giudiziario per fare traballare e inclinare pesantemente tutta la struttura dei poteri. E’ bastato cioè introdurre negli anni ’60 le leggi “Breganze e Breganzone”, che determinano il sostanziale avanzamento automatico di carriera dei magistrati e la loro inamovibilità, per ottenere tre effetti disastrosi. Il primo è stato il formarsi di un intreccio di casta tra tre organi dirigenti: i due elettivi della Anm e del Csm, e il terzo, burocratico, dei magistrati che reggono la dirigenza di tutti i principali snodi del Ministero della Giustizia. Il secondo effetto è stato la fine della normofilachia, cioè dell’obbligo per il magistrato di attenersi alle indicazioni di giurisprudenza della Cassazione (oggi un magistrato può bellamente disattendere sentenze della Cassazione senza venir minimamente penalizzato, prima della Breganze, se lo faceva veniva semplicemente bloccato nella carriera, che dipendeva dal giudizio di merito della Cassazione). Il terzo, devastante effetto è stato che tutte le nomine ai vertici degli uffici giudiziari, in primis quelle delle Procure, sono state consegnate ad una logica di casta correntizia.
Quando gli altri poteri dello Stato, il legislativo e l’esecutivo si sono accorti che l’ordine giudiziario (che non è un potere dello stato, perché non ha delega della sovranità popolare, ma è una funzione) agiva senza contrappesi e tendeva a farsi parte politica, è stato troppo tardi.
Nel 1991 il Guardasigilli Martelli scoprì così di non poter portare Giovanni Falcone alla direzione dell’Antimafia, perché i vertici del Csm, dell’Anm, del Ministero e le loro correnti ben sapevano che avrebbe agito per riportarle nella fisiologia costituzionale. Poi toccò al guardasigilli Conso, poi a Biondi, su su sino a Castelli, poi Mastella e oggi Alfano (l’unico che se la cavò fu Diliberto, che non fece nulla, meno guai ebbero Flick e Fassino, che però fecero poco).
Non fu un complotto delle “toghe rosse”, fu semplicemente un deterioramento istituzionale, al cui interno ebbero spazio sia coloro che –come Gherardo Colombo- teorizzavano formalmente che la magistratura debba svolgere un ruolo di opposizione aperta al governo, data la fragilità compromissoria dell’opposizione politica storica (il Pci), sia coloro che svilupparono una lucida manovra politica filo Pci (D’Ambrosio che resse in modo spudoratamente filo occhettiano tutta Mani Pulite e che oggi, in modo scandaloso, siede in senato nei banchi del Pd), sia chi esercitò il potere –incredibile in una democrazia- di far cadere i governi non già condannandone i ministri, ma solo “mascariandoli”. Operazione messa in atto due volte contro Berlusconi (nel 1994 e oggi), ma anche una volta, e con pieno successo, contro Prodi e il centrosinistra (ma Fini non pensa mai che se un esecutivo cade perché l’ultima scossa gliela dà il Procuratore di Lagonegro che ha con Mastella un contenzioso circa il trasferimento, questo è sintomo di un gravissimo vizio e squilibrio di “sistema” e non di una cronaca bizzarra?).
Il grave torto del centrodestra, in questo contesto, è stato solo quello di non avere preso il toro per le corna, di essersi eccessivamente soffermato sul nodo –realissimo- della separazione delle carriere, e di non avere coraggiosamente fatto una riforma costituzionale complessiva che riportasse i magistrati a essere quel che devono essere: un ordine e non un potere dello Stato.
Oggi Berlusconi è obbligato a fare questa operazione con il massimo di tensione e attriti possibili e ha dalla sua non solo il consenso positivo degli elettori, ma anche il dissenso in negativo degli italiani verso una magistratura che ha perso totalmente credibilità.
Purtroppo, figure istituzionali come Napolitano e lo stesso Fini, che pure hanno una eccellente caratura, stentano a prendere atto della natura dello scontro, si rifugiano in una liturgica difesa di una Costituzione che ormai non solo zoppica, ma addirittura impedisce ai governi di governare (ripeto: 2 sono in 15 anni i governi uccisi da Pm e oggi si tenta il terzo exploit) e entrano in rotta di collisione con Berlusconi.
C’è da sperare in una loro resipiscenza. Ma è solo una speranza