Continua la “Tienanmen strisciante” dell’opposizione al regime di Teheran. Ieri era l’anniversario dell’uccisione in piazza nel 1953, da parte della polizia dello scià, di tre studenti che protestavano contro la visita dell’allora vicepresidente degli Usa Richard Nixon. Nella mattinata gruppi di manifestanti dell’Onda Verde si sono radunati nell’università e hanno tentato di formare un corteo nelle strade adiacenti, ma sono stati bloccati dal lancio di lacrimogeni e palle di gomma e dalle cariche feroci dei Pasdaran e dei Bassiji, che in più occasioni hanno sparato in aria. La notizia degli scontri si è immediatamente propalata –nonostante che il regime avesse oscurato i siti Internet dell’opposizione- e nella serata migliaia di manifestanti, tra cui moltissime donne in ciadòr, sono riusciti a formare un corteo che però è stato spazzato via poco dopo dalla violenza delle cariche dei Bassiji. I manifestanti si sono allora dispersi nelle stradine laterali delle piazze Enghelab e Vali Asr e hanno tentato di bloccare le cariche bruciando i cassonetti della spazzatura. Non è noto il numero dei feriti e degli arrestati. Sabato, alcune decine di madri di desaparecidos, che si radunano da mesi nel parco Laleh per chiedere notizie dei figli scomparsi dopo le rivolte di giugno, “le madri in nero” di Teheran, sono state brutalmente arrestate dalla polizia. Nonostante la repressione più dura, nonostante che ogni protesta sia contrastata con tecniche da stato d’assedio (ieri i giornalisti stranieri sono stati bloccati nelle loro redazioni), il movimento contro Ahmadinejad dimostra di non essere sconfitto, rialza sempre la testa, dimostra al mondo che intende resistere. Lo scontro è tale che persino un conservatore come l’ayatollah Nasser Shirazi ha chiesto al regime una tregua per aprire un tavolo di trattative con l’opposizione guidata da Moussavi. Purtroppo, però, Barack Obama ha cinicamente deciso che tutto questo –ed è la prima volta nella storia dell’America- non gli interessa, e dopo avere abbandonato la prospettiva del “regime change” perseguita da George W. Bush, ignora il sangue sparso nelle strade di Teheran e punta tutto e solo su un dialogo col regime da cui peraltro riceve sonori schiaffi in faccia. Subito dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, è arrivato sino al punto di decidere di mandare un segnale di disponibilità ad Ahmadinejad e ha abolito i finanziamenti a Freedom House (organizzazione dei democratici fondata da Eleanor Roosevelt) e a tutte le organizzazioni umanitarie che appoggiano l’opposizione iraniana, soprattutto sul terreno dei media. L’atteggiamento di Washington, naturalmente, contagia tutto l’occidente (anche se va detto che Sarkozy, Brown, Frattini e l’Ue esprimono sempre a voce alta solidarietà all’Onda Verde) e rafforza un regime che persegue una strategia di militarizzazione della politica estera e interna in cui la costruzione della bomba atomica è un tutt’uno con la feroce repressione del dissenso. Israele, invece, ha lanciato ieri un appello in senso radicalmente opposto al neo-opportunismo Usa e il primo ministro Nethanyau ha chiesto a tutti i paesi democratici di fare la scelta opposta ad Obama e favorire “la capacità di penetrazione tra la popolazione iraniana di Internet e di Twitter”, invitando a cavalcare questi strumenti per bucare la cappa imposta da Ahmadinejad: “L’odio profondo sviluppato da settori della nazione iraniana contro il regime può essere una risorsa molto importante per Israele”.