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Ancora statistiche sull'immigrazione basate su una realtà inesistente (Il Foglio del 4 dicembre)

 
Gli italiani valutano che la presenza degli immigrati nel paese sia ben quattro volte (quasi) il dato reale: il 23% della popolazione, mentre sono solo il 6,5%. Errore di valutazione più sensibile rispetto alla percezione della presenza di immigrati dei tedeschi, francesi, olandesi, inglesi, spagnoli, canadesi e statunitensi. Ancora, gli italiani (assieme agli inglesi) più di tutti i cittadini di questi paesi, ritengono che il problema più urgente per i governi sia l’immigrazione (dopo la crisi economica). Ancora, gli italiani sono i più preoccupati (addirittura all’81%) per l’immigrazione clandestina (negli altri paesi la preoccupazione oscilla tra il 50% del Canadà e il 71% della Spagna ). Specularmene, i consensi alla regolarizzazione dei clandestini sono i più bassi in Italia (a eccezione del Regno Unito), con un 36% , nettamente distanziato dai consensi alla regolarizzazione espressi dai francesi (col 52%, ma la Francia ha fatto una sola regolarizzazione) e dai tedeschi col 55% (ma la Germania non ha mai varato una regolarizzazione). Questi sono alcuni dei dati, tra i più significativi, emersi dal sondaggio effettuato da Transatlantic Trends Immigration (sponsorizzato in Itala dalla Compagnia di San paolo) e presentati ieri a Roma dall’Istituto per gli Affari Internazionali, con la partecipazione della fondazione Fare Futuro e Italianieuropei. Il sondaggio si basa su una metodologia imprecisa, il “random digit dialing”: si basa cioè su un migliaio di telefonate per paese, assolutamente casuali, effettuate a possessori di una rete telefonica fissa. La rappresentatività effettiva dei risultati è quindi approssimativa (gli intervistati non rappresentano infatti i vari settori e segmenti della popolazione, rappresentanza che solo può essere data dalla definizione di un panel specifico), ma è utile perché fornisce ordini di grandezza di massima che sono sicuramente indicativi. Purtroppo però, questa pregevole iniziativa, si basa su alcuni assunti se non falsi, assolutamente devianti, che limitano la possibilità di una loro utilizzazione in sede politica che abbia un rapporto concreto e solido con la realtà. Innanzitutto non viene colta la sostanziale differenza strutturale tra tre blocchi di paesi che vengono esaminati senza avvertire che in ognuno di loro l’immigrazione ha una storia e una funzione nazionale nettamente diversificata. Stati Uniti e Canadà, infatti fanno blocco a sé, perché sono paesi costituiti solo e unicamente da immigrati e da politiche di immigrazione, sino a pochi decenni fa. Francia, Inghilterra e Olanda, sono invece paesi in cui la presenza di larga parte di immigrati, addirittura sino agli anni sessanta, è indissolubilmente intrecciata con vicende coloniali e imperialiste. Ad esempio, oggi nelle banlieues francesi sono alcune centinaia di migliaia gli immigrati che appartengono a famiglie algerine, che però non possono tornare in Algeria (o che hanno difficoltà specifiche), perché formate in origine da harkis, quelle centinaia di migliaia di algerini inseriti nelle forze armate, nelle forze di polizia o nell’amministrazione coloniale che nel 1961-63, con l’indipendenza, sono dovuti forzatamente fuggire in Francia (scampando alla morte o a feroci persecuzioni). Il fenomeno migratorio in Italia è invece nettamente omogeneo a quello della Spagna e della Germania, paesi di immigrazione o recente, o successiva al 1950, con un mercato del lavoro e con dinamiche sociali caratterizzate da una grande circolarità. L’indagine del Trasatlantic Trends –per quanto interessa politicamente l’Italia- si basa dunque su un presupposto falso, e cioè che gli immigrati siano destinati a restare per tutta la vita, e che le politiche di integrazione vadano calibrate su questa prospettiva. I dati della Germania, che questo rapporto stranamente ignora, smentiscono invece clamorosamente questa valutazione strutturale: dal 1955 a 2007 36.300.000 immigrati (una intera nazione) sono andati a lavorare in Germania, vi sono rimasti in media solo per 17 anni e 26.500.000 (un’altra nazione) di loro sono tornati in patria (o ha cambiato paese). Dunque, l’immigrazione recente e moderna è caratterizzata dalla circolarità tra sottosviluppo e sviluppo e la doverosa integrazione va in larga parte considerata temporanea (il che toglie quasi senso al dibattito italiano sulla cittadinanza). Questo è l’ambito in cui si tende ad affrontare il tema in sede Ue, ma stranamente proprio questa impostazione “circolare” è stata nettamente contestata in sede Iai.

 

 

 

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