Mohammed Game, il “terrorista fai da te” che un mese fa saltò in aria mentre tentava di fare un attentato nell’androne della caserma dell'esercito Santa Barbara in piazzale Perrucchetti a Milano aveva messo a punto una serie di obbiettivi da colpire da far tremare i polsi. Nel suo computer, aveva infatti messo a punto un vero e proprio dossier su una quindicina di obiettivi da colpire: Silvio Berlusconi, innanzitutto, poi Roberto Maroni, Ignazio La Russa e naturalmente Daniela Santanché. Secondo le indagini della Digos, coordinate dal pm Maurizio Romanelli, Game aveva attinto solo a informazioni disponibili su Internet, non aveva fatto pedinamenti o raccolto altri tipi di informazioni. Ma tanto basta. Game, non è riuscito a fare una strage, solo per una circostanza fortuita: il detonatore è infatti esploso quando l’ha azionato, ma non ha innescato la carica di esplosivo. Se questo fosse successo, avrebbe sicuramente ucciso le sentinelle della caserma e probabilmente anche altri militari. Sarebbe stata una strage. Il problema che pone alle forze di sicurezza il “caso Game” è dunque gravissimo, per una sua peculiarità: Game non agiva da solo, aveva almeno due complici (nelle cui abitazioni sono stati trovati ben cento chili di esplosivo), era stato fotografato in prima fila tra gli islamici scalmanati che avevano aggredito Daniela Santanché che protestava contro il burqa in viale Jenner. Ma non era sotto controllo. La sua cellula terroristica era passata indenne attraverso la rete di sorveglianza a cui è sottoposta la moschea di viale Jenner, a cui nel passato hanno fatto riferimento altri nuclei di terroristi islamici (incluso un kamikaze che si era fatto poi esplodere in Iraq). Ma quella cellula aveva obiettivi ambiziosi, da Berlusconi in giù. L’attentato alla Perrucchetti, alla luce di quanto si è ora scoperto, doveva essere –come spesso avviene- solo un “rodaggio”. Il nucleo intendeva colpire un obiettivo “facile” per poi passare alla escalation tentando di colpire uno degli obiettivi indicati nei dossier ritrovati. Il tutto, senza che i responsabili islamici della moschea di viale Jenner, dall’Imam in giù, abbiano fatto nulla per controllare , o per indicare agli inquirenti, quello che pure era chiaramente come uno dei più “caldi” tra i loro fedeli, come dimostrano le fotografie dell’assalto alla Santanché. Questo, in una città in cui ieri sono stati arrestati 15 algerini sospettati di terrorismo, in un contesto caldissimo che aveva spinto il ministro Maroni a annunciare che erano in incubazione gravi attentati islamici. Gli inquirenti ci dicono che il nucleo di Game non aveva legami con al Qaida. Ma questo è ancora più preoccupante. Anche durante gli anni di piombo, nuclei periferici di aspiranti brigatisti facevano attentati per “accreditarsi” nei confronti della dirigenza brigatista e ottenere quindi, superata la terribile “prova dell’arte”, l’ingresso organico nell’organizzazione terrorista. Questo era probabilmente il percorso che Game e i suoi complici intendevano percorrere. Contrastare il terrorismo islamico richiede dunque una condizione che fu indispensabile per sconfiggere le Brigate Rosse: che chi vive nel loro contesto vigili e –nel caso- denunci attività sospette. Questo non è accaduto nella moschea di viale Jenner e non accade nelle moschee italiane. Fino a quando non accadrà, fino a quando i musulmani italiani non si daranno come obbiettivo prioritario di sconfiggere e isolare i profeti di morte saremo tutti in pericolo. Grave.