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Ritirate i nostri soldati dal Libano: sono solo ostaggi di Hezbollah e di Teheran (Libero del 6 novembre)

 
Il sequestro da parte di Israele di una nave con 500 tonnellate di armi iraniane destinate a Hezbollah obbliga l’Italia a riconsiderare a fondo la missione Unifil e la stessa permanenza dei nostri 2.400 militari di stanza nel sud del Libano. Martedì notte la nave da guerra israeliana Rani Ben Yehda ha intercettato al largo delle coste libanesi il cargo Francop (battente bandiera di Antigua), proveniente da un porto iraniano e diretto –secondo le carte- ad un porto siriano. Nascosti nel mezzo di decine di altri container, gli israeliani hanno scoperto containers contenenti una massa enorme, 500 tonnellate, di modernissime armi: non solo razzi, ma anche piccoli e modernissimi missili teleguidati, sistemi raffinati di puntamento ed altro. Con tutta evidenza, il carico clandestino era destinato ad arrivare –via Siria- ad Hezbollah libanese, come peraltro avviene da anni. L’episodio segue una serie di incidenti gravissimi avvenuti nei depositi di armi clandestini del Sud Libano di Hezbollah saltati per aria negli ultimi mesi e si inquadra perfettamente nelle evidente volontà di escalation militare dell’asse Iran-Siria-Hezbollah-Hamas. L’armamento massiccio fornito a Hezbollah, infatti, è parallelo alla strategia oltranzista che Iran, Siria e loro satelliti stanno mettendo in atto in tutto il Medio Oriente. Si parte dal rifiuto iraniano prmai evidente di ogni compromesso sul nucleare, per passare attraverso il boicottaggio siriano, sempre attraverso Hezbollah, per ormai 6 mesi del tentativo del democratico Saad Hariri di formare un governo a Beirut (Hezbollah, pur avendo perso le elezioni, pretende un diritto di veto), per arrivare al fallimento, su ordine della direzione estera ospitata a Damasco, di tutti i tentativi di siglare una pace tra Abu Mazen e Hamas in Palestina. L’intreccio tra questa dinamica politica regionale, che segna il sempre più chiaro fallimento della politica basata sul dialogo di Barak Obama, e le notizie militari sul terreno, portano ad una conclusione univoca: la missione Unifil è fallita nei suoi scopi. Di questo l’Italia deve prendere atto, deve discutere con gli alleati e con l’Onu e deve quindi prendere le opportune decisioni per impedire che i nostri soldati un domani sempre più prossimo si trovino ostaggi di un aggressione di Hezbollah a Israele, o di attentati, o –come è probabile- di un’insidiosa politica di rapimenti. La missione Unifil, stabilita dalla risoluzione Onu 1701, aveva infatti non solo lo scopo di separare fisicamente i contendenti libanesi e israeliani, ma anche e soprattutto quello di demilitarizzare il sud del Libano, operazione che materialmente doveva essere compiuta dall’esercito libanese. Questo non è avvenuto, anche perché l’esercito libanese da allora è privo di una guida politica, perché Hezbollah da 3 anni o ricatta, o boicotta, o paralizza ogni esecutivo, per cui il paese, semplicemente, non ha un governo. Una situazione pericolosissima, in cui ogni inerzia può risultare esiziale, di cui l’Italia deve al più presto prendere atto.

 

 

 

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