Mohammed el Baradei si è assunto il non difficile compito di spiegare al mondo – ae a Baraci Obama- cosa significhi essere insignito del Nobel per la Pace, che ricevette nel 2005: giocare alle tre carte, barando, naturalmente. Non si è smentito ieri, quando, a conclusione del secondo incontro di Ginevra sul nucleare iraniano, tra la delegazione di Teheran e i “quattro più uno”, ha annunciato trionfante: “E’ stato un buon inizio”! Questo, ignorando la provocazione di una riunione preceduta dalla minaccia di Ahmadinejad, poi ribadita da Khemenei, di “punire militarmente” Usa e Gran Bretagna” per l’appoggio che avrebbero dato ai terroristi che hanno sterminato il vertice dei pasdaran della regione Sistan Baluchistan. Ancor peggio, dopo che Ali Shirizadian, portavoce iraniano, ha annunciato che lo spostamento dell’arricchimento dell’uranio all’estero –oggetto della trattativa di Ginevra- punta solo ad un contenimento dei costi, ma che non significa affatto la fine dei programmi d’arricchimento sviluppate in Iran o il trasferimento integrale di queste operazioni al di fuori del paese”. Insomma, l’Iran non trasferirà mai l’intero processo nucleare fuori dalle sue frontiere (e quindi sarà liberissimo di arrivare all’uranio pesante che gli serve per la bomba atomica) e si limiterà a spostarne una parte all’estero, ma solo per risparmiare. Una solenne presa per i fondelli, a cui si aggiunge un secco calcio nei denti alla Francia che l’Iran accusa di avversare la trattativa, per cui mai e poi mai accetterà di trasferire nessun processo di arricchimento in quel paese. Una umiliazione ad uno dei principali paesi seduti al tavolo della trattativa, che segue decine di altre provocazioni similari. Il segreto di Pulcinella del gioco delle tre tavolette di el Baradei è presto svelato: la trattativa di ieri –che riprenderà stamani- è stata rigorosamente mantenuta sul piano tecnico e non si è neanche sfiorato il nodo reale della questione. Non si è discusso dell’unico punto dirimente: lo spostamento integrale fuori dall’Iran, con ispezioni a tappeto nei siti iraniani, del processo di arricchimento, unica garanzia per bloccare il palese cammino iraniano verso la bomba atomica (tutti i missili intercontinentali sinora sperimentati dai pasdaran hanno senso solo se armati di atomica, e sono del tutto inutili con armi convenzionali). La trattativa di Ginevra si conferma dunque per quel che l’Iran voleva che fosse: una perdita di tempo, che permette ai pasdaran e agli ayatollah di procedere indisturbati a dotarsi di una bomba atomica. E’ l’ennesima conferma del fallimento pieno della “svolta” impressa da Barack Obama, della fine della politica della carota e del bastone avviata da Gorge W. Bush e il risultato ovvio della fine di ogni minaccia di ritorsione all’Iran –inclusa quella militare- che il nuovo presidente ha voluto. Di rinvio in rinvio, Obama ha dato al programma militare atomico iraniano più di un anno di tempo per svilupparsi indisturbato (Bush sospese la sua politica basata su trattative, ma anche concrete minacce militari, nell’autunno 2008, proprio nell’eventualità che Obama vincesse le elezioni e che la vanificasse) e ora continua a spostare in avanti la data per una verifica finale. Prima inidcò fine settembre, poi fine ottobre, ora si andrà a dicembre e poi si continuerà temporeggiando. Una prova di debolezza straordinaria e di cecità assoluta che Obama sta dando al mondo, dimostrando però di essere pienamente meritevole del Nobel per la Pace. Come el Baradei.