Venite ad Alba economisti, sondaggisti, politici, opinionisti e tutti quanti siete a spiegarci cos’è l’Italia e non ne sapete abbastanza. Venite ad Alba, con me, e ve lo spiego io. Camminate per via Maestra, da piazza Savona al Duomo e ditemi cos’è quella coda massiccia che incontrate dopo pochi passi, che si snoda su, sino al Coro della Maddalena. So che non lo sapete, che non l’immaginate, perché secondo voi non può essere. Ma invece lo è proprio: è la coda per la Fiera del Tartufo, un enorme tendone sul cui ingresso campeggiao le gigantografie della Loren, di Alain Delon, di Zingaretti, di Depardieu. Già, il tartufo. “Sono i soliti ricchi”, mi direte, ma non li avete guardati negli occhi, nei vestiti, non li avete sentiti parlare. Certo, la coppia che viene in Bmw da Ginevra, i quattro amici che vengono ogni anno da Nurnberg, turisti inglesi e austriaci. Ma il grosso è di altra pasta, e non è fatto di “ricchi”. Quelli, soprattutto i nuovi, i “cafonal”, non vengono a Alba; il tartufo se lo mangiano a Hong Kong o a New York, che non sente più di terra e in compenso costa quattro volte tanto. No, il “popolo del tartufo” è Italia, Italia vera, che ama godere, non lanciare geremiadi, godere con moderazione, ma con tanto, tanto gusto. E’ gente normale, certo, stipendi robusti, ma non è detto. E’ un popolo grosso. Sapete l’ultima sulla crisi economica che c’è, ma poi non c’è? Eccola: ad Alba ci sono 12.000 posti letto e per tutto ottobre e novembre sono tutti occupati per tutti i week end. Non basta, nei ristoranti e nelle trattorie di Alba, delle Langhe e del Roero si servono 40.000 pasti a turno, 80.000 in un giorno, e sono tutti esauriti sabato e domenica. La grattatina di tartufo costa sui 30 euro, quasi tutti la vogliono. Sapete quanti tartufi si vendono e commerciano in una stagione a Alba? 60 quintali. Qualcosa come 180 milioni di euro in tartufi. Sapete quanta gente viene a Alba nella stagione della Fiera? Centomila, più o meno e non ci viene solo per il tartufo, ma anche per il Barolo e per il Barbaresco, vini da dei, ma che proprio economici non sono. Il “popolo del tartufo” è quello stesso che adora il festival di Sanremo, nazional popolare, non di consumisti griffati, non di fighetti alla moda. E’ gente di famiglia, che risparmia anche pur di concedersi lo scialo di una grattata di tubero sui tajarin, o addirittura riesce a comprarselo, per portarlo a casa ai nonni, magari quelli di taglio piccolo, sui 20 grammi, che costa meno. Già, costa meno: solo 1.800 euro al chilo. Perché il tartufo in taglio normale, dai 60-80 grammi in su, di euro al chilo ne costa 3.000. L’anno scorso, annata pazza, col tartufo che è arrivato tardi, il prezzo era di 6.000 euro al chilo, 600 all’etto. Sarà stata annata magra, penserete: tanto più che era appena scoppiata la crisi più grave dal ’29 a oggi. Sbagliato. Anche l’anno scorso, per tutta la stagione Alba ha registrato il tutto esaurito. Venite ad Alba, dunque, a dare un’occhiata al paese reale, a come vive la crisi –e su 100.000 amanti del tartufo, vi assicuro che 80.000 la vivono dura- senza però perdere il contatto da lussi carissimi, ma indispensabili, perché ricordano i padri. Girate per le stradine medioevali, salite al castello di Grinzane (l’asta del tartufo sarà l’8 novembre, e c’è da scommettere che il pezzo forte se lo aggiudicherà qualche riccone di Hong Kong) e contate quante bottiglie da sogno vengono comprate in quella, come nelle altre enoteche delle colline del Barolo, del Barbaresco, del Dolcetto e del Barbera (e dell’Arneis). Troverete un Italia di cui non trovate traccia nei nostri film, nei nostri libri, nei nostri giornali. Gente pasciuta, che ama amare i sapori, gli odori, quelli vecchi, saputi, delle radici. Spesso, gente che sa che i nonni, su queste colline e sulle altre del nord, prima di migrare nelle città di pianura, viveva la Malora, la fame vera, e il freddo e le mani gonfie di fatica. Ma che ora si è sistemata, sì, sistemata, e lo sfizio di un weekend da scignuri, proprio non se lo vuol negare.