Shirin Ebadi, nobel per la pace, stima che i giovani vittime della repressione degli ayatollah nelle ultime settimane possono essere stati cento, mentre alcuni blogger spiegano che i medici degli ospedali sono stati costretti a stilare false autopsie per coprire le vittime dei pasdaran e dei bassiji e altri blogger indicano in 2400 e più gli arrestati. La mano feroce del regime ha così ottenuto il suo risultato e le manifestazioni di piazza sono terminate; la voce dell’opposizione è costretta a levarsi solo di notte sui tetti della città urlando al cielo Allah O’ Akhbar ed è costretta a inabissarsi carsicamente. Su Twitter, però, così come sulla rete Sms (ieri riattivata), ha iniziato a girare l’indicazione di uno sciopero generale dal cinque all’otto luglio, secondo le regole dell’Islam che lo definisce Etekaf: astensione dal lavoro, concentrazione permanente nelle moschee, chiusura dei negozi. Questo Etekaf, dunque, se avrà successo, darà al paese un chiarimento definitivo circa l’atteggiamento politico di una sua componente fondamentale: i bazaaris. Durante i dodici mesi che precedettero la rivoluzione del febbraio 1979, lo sciopero generale dei Bazaar fu determinante per sgretolare il regime dello scià e oggi la fronda al regime da parte di Rafsanjani è espressione proprio del Bazaar. In Iran, peraltro, più che nei paesi arabi, il Bazaar e i bazaaris sono ben più che l’agglomerato delle piccole botteghe commerciali e artigiane dei centri storici. Grazie alla Rivoluzione Verde dello scià decretata dall’alto (su imposizione di John Kennedy) nel 1963, si è infatti formato in Iran un ceto finanziario non indifferente, legato alla razionalizzazione capitalista dell’agricoltura, sino ad allora semi feudale, che si è aggiunto alle tradizionali famiglie che controllavano le finanze e il credito dei vari bazaar. Spesso, peraltro, i più influenti ayatollah, provengono proprio dalle famiglie dei bazaaris, che in Iran, hanno una eccellente proiezione internazionale (caso unico nel mondo musulmano) nella immensa rete di venditori di tappeti, capillarmente presente in tutto l’occidente (veicolando anche relazioni finanziarie e investimenti) e sono anche al centro dei tentativi di dare spessore alla Borsa di Teheran. Tentativi frustrati dalla fallimentare gestione dell’economia da parte di Ahmadinejad –che hanno vanificato le timide riforme dell’era Khatami- con conseguente fuga massiccia dei capitai dei bazaaris verso le borse degli emirati, in primis verso Abu Dhabi. Di fatto, però, i bazaaris che pure sono stati la spina dorsale della rivoluzione khomeinista, hanno visto declinare enormemente il loro peso nella società iraniana proprio a causa dell’impostazione economica della Repubblica islamica. Questo, dopo che le loro fila sono state decimate dalla repressione del 1981-82, quando molti di loro si erano legati alla componente riformista -ma perdente- del regime di Banisadr e Bazargan, tanto che larga parte dei 2 milioni di iraniani oggi esuli nel mondo (soprattutto negli Usa), è costituita da famiglie legate al Bazaar. Il populismo islamico di Khomeini, infatti, ha sottratto a questi ceti urbani finanziari e commerciali anche il loro secolare primato economico, (che era diventato consistente anche dal punto di vista della massa critica di capitali controllata, grazie alla modernizzazione iniziata dallo scià), a favore di due immensi centri di potere economico: le Bonyad, le Fondazioni (Dei Martiri, del Pellegrinaggio, etc…) e i Pasdaran. I 270 milioni di dollari (quotazioni del 2008) che secondo il Sole 24 ore si riversano nel paese ogni giorno grazie alla vendita del petrolio, non vengono affatto immessi nel sistema produttivo o economico, ma vengono in larga parte trasformati immediatamente in reddito distribuito attraverso le Fondazioni a non meno di 20 milioni di iraniani. Una Fondazione come la Bonyad e Mostazafen va Janbazan (Fondazione degli oppressi e dei disabili), controlla da sola il 20% dell’intera industria tessile, il 40% di quella delle bevande, il 75% del vetro e è dominante nell’acciaio, chimica e alimentari. Da parte loro, i Pasdaran hanno ormai acquisito la proprietà non solo di industrie legate alla produzione militare (incluse fabbriche di gas nervini), ma anche di larga parte del ciclo industriale di arricchimento dell’uranio, oltre a fabbriche chimiche, di telecomunicazioni e metalmeccaniche, imprese edili e petrolifere. Un modello esattamente corrispondente a quello della Germania nazista, là dove la Hermann Göring Werke e le Ss controllavano la proprietà di larga parte dell’apparato industriale, che spiega l’enorme peso politico del “partito dei Pasdaran” che ha espresso Ahmadinejad. Questo, in un paese molto deficitario dal punto di vista industriale (un solo, obsoleto, centro siderurgico a Isphahan e raffinerie mai ammodernate dal 1979), caratterizzato da fabbriche che assemblano pezzi importati, appesantito da un rifiuto culturale di impiegare la rendita petrolifera per sviluppare l’industria, che accomuna l’Iran a tutti i paesi islamici. In questo contesto, lo sciopero generale proclamato dall’Onda Verde, se avrà successo, sarà limitato ai settori meno soggetti al controllo dei Pasdaran e degli ayatollah che presiedono le Bonyad, e coinvolgerà essenzialmente quel settore economico ormai marginale che è controllato dai bazaaris di Rafsanjani. Tra il 5 e l’otto luglio, dunque, se ripeterà in massa quel fenomeno che già si è verificato nei giorni scorsi anche nella provincia (a Isphahan e Meshad) e nei bazaar le botteghe saranno chiuse, vorrà dire che la frattura innescata dai brogli elettorali è stata profonda e irreparabile, perché ha coinvolto la spina dorsale storica del paese. Sarà qualcosa di ben più rilevante di uno sciopero del commercio e dell’artigianato. Ma se non sarà così, se lo sciopero coinvolgerà solo studenti e settori produttivi marginali (già da anni peraltro in preda a convulse agitazioni sindacali), il segnale sarà molto negativo e Ahmadinejad ne trarrà fiato.