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La forza di Ahamadinejad (Il Foglio del 26 giugno)

 
Le cifre delle vittime fornite dall’agenzia Fars offrono un chiaro spaccato delle forze in campo nelle strade insanguinate di Teheran: 20 i morti ammessi ufficialmente di cui ben 8 Bassiji. Tutte le fonti indipendenti testimoniano che i manifestanti uccisi sono molti di più, ma resta il fatto che il regime ammette la morte violenta di ben otto dei membri delle sue squadracce che ricordano tanto gli “ashashin”, i feddayn del Grande Vecchio della Montagna che dal “Nido dell’Aquila” della fortezza di Alamuth, a un centinaio di chilometri da Teheran, inaugurarono la tradizione sciita dell’assassinio politico. La notizia è apparsa poche ore dopo che Mohsen Rezai, ex comandante dei Pasdaran, sconfitto alle presidenziali, ha annunciato che –nel nome della compattezza dei Pasdaran- ha ritirato la sua denuncia dei brogli. Dunque, l’alleanza di vertice tra ayatollah oltranzisti e Pasdaran tiene, e non solo sulla piazza. Tiene soprattutto perché sinora i tentativi di Rafsanjani di organizzare un Termidoro, di defenestrare Khamenei attraverso il Consiglio degli Esperti, paiono non dare frutti. Solo l’ayatollah Montazeri e –ieri- l’ayatollah Tabrizi, fedelissimo di Rafsanjani, hanno levato le loro voci da Qom contro la repressione della piazza e i brogli. Gli altri ayatollah tacciono e non c’è segno di una fronda importante nel corpus della gerarchia sciita. Questo sinora, naturalmente, e solo i prossimi giorni diranno se il silenzio di Rafsanjani è temporaneo, se ha vinto o se ha perso nel suo tentativo di “golpe di Palazzo”. Anche sul piano parlamentare Larijani –che non appoggia Mussavi, ma è schierato contro Ahmadinejad- con tutto il suo prestigio di presidente del Majlis, è riuscito a far disertare solo a 100 parlamentari, su 290, i festeggiamenti per l’elezione di Ahmadinejad. Nuova conferma che le forze della dissidenza nei vertici del regime, non vanno oltre il terzo dei componenti di tutti gli organi istituzionali (così è, sinora, anche nel Consiglio degli Esperti e in quello dei Guardiani). L’unica notizia grave per Ahmadinejad, a riscontro della presa di Rafsanjani nel paese, riguarda lo sciopero nei Bazar di Tabriz, Isphahn e Meshad. Se quanto riferiscono i blog di Mussavi fosse vero, la base sociale di Rafsanjiani si sarebbe schierata con ben maggiore impatto e di quanto non abbiano le manovre del suo leader di riferimento, con conseguenze destabilizzanti per il regime. Nel frattempo, Ahmadinejad mette a frutto gli innegabili successi del suo esecutivo che è stato fallimentare sul piano economico, ma che ha saputo intessere una corposa rete di alleanze internazionali che ora lo legittimano in pieno. Non solo la Siria di Assad, ma anche la Turchia di Erogan hanno riconosciuto la sua elezione e si sono dissociati dalle condanne di Ue e Usa, dando spessore agli scontati riconoscimenti di Mosca e Pechino, rafforzati da quelli del venezuelano Chavez, del boliviano Morales, del brasiliano Lula e ovviamente della Cuba di Castro e dei Non Allineati. Una legittimazione internazionale di gran peso, perché marca un grande limite alla possibilità di azione e di manovra dell’Ue e degli Usa che vedrebbero sicuramente bocciare in ogni sede internazionale qualsiasi azione di censura –anche la più blanda- nei confronti dei brogli elettorali e anche dei massacri che già vi sono stati e di quelli che con tutta probabilità insanguineranno le città iraniane nei prossimi mesi.

 

 

 

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