Alla vigilia del suo viaggio in Terra Santa, Benedetto XVI° è stato minacciato dai Talebani di “gravi conseguenze” se non si adopererà per “impedire il proselitismo religioso cristiano in Pakistan”. La minaccia è apparsa sul sito web alemarah1.org: “L’Emirato islamico in Afghanistan chiede al papa cristiano Benedetto XVI di impegnarsi per impedire che le sciocche e irresponsabili azioni dei crociati turbino i sentimenti dei ribelli musulmani, senza attendere le conseguenze di una severa reazione”. Al solito, la minaccia è stata “eccitata” da un servizio di al Jazeera in cui si mostravano soldati Usa in Afghanistan in possesso di Bibbie tradotte in pashtun. La minaccia è tutt’altro che declamatoria, infatti, due giorni fa, Mario Rodriguez, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan ha lanciato un appello al mondo perché intervenga contro la campagna di terrore contro i cristiani scatenata dai Talebani in Pakistan: “I Talebani si aggirano minacciosi nei quartieri cristiani di Karachi terrorizzando le donne e invitando la gente a convertirsi all’islam, pena la morte. Si susseguono episodi di violenza, percosse e maltrattamenti improvvisi , le famiglie cristiane, aggredite la scorsa settimana da talebani armati, sono terrorizzate e rinchiuse nelle loro case. Gli aggressori sono militanti armati di pistole e kalashnikov. Siamo scioccati da questa ondata di violenza insensata”. Denuncia amplificata dall’arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, Lawrence Saldanha: “Esiste un fondato timore che gli episodi di violenza di Karachi possano ripetersi in altre parti del paese. I cristiani già subiscono ingiustizie e violenze a causa della iniqua legge sulla blasfemia, usata contro di loro. Ora è in pericolo la loro stessa sopravvivenza”. L’elemento più preoccupante di questa persecuzione dei cristiani, è il fatto che non è affatto patrimonio solo dell’estremismo talebano, ma che è pienamente legittimata da una legislazione pakistana che coinvolge persino quella Corte Suprema di Islamabad che –a torto- viene spesso indicata quale baluardo di democrazia. In una sua recente sentenza, infatti, la Corte ha cancellato l’opzione della pena dell’ergastolo per chi infranga l’articolo 295 del Codice Penale, stabilendo che l’unica pena prevista è l’esecuzione capitale. L’articolo 295 -appunto, la Legge sulla Blasfemia- stabilisce che è reato “accostare qualcosa o qualcuno alla venerazione del nome di Allah o del Profeta Maometto”, per cui la stessa affermazione pubblica “Gesù è figlio di Dio” è passibile di pena di morte (già più volte comminata da corti pakistane, anche se spesso commutata in ergastolo). Sino ad oggi, nonostante il clamoroso suicidio di denuncia di John Joseph vescovo cattolico di Faisalabad che si sparò alla testa il 27 aprile del 1998 davanti al Tribunale in cui un suo fedele Ayub Mashi era stato condannato a morte per aver infranto l’articolo 295, le continue persecuzioni dei due milioni di cristiani in Pakistan (inclusi gli attentati kamikaze contro chiese e ospedali cristiani, con decine di vittime), non hanno suscitato reazioni forti, neanche in Vaticano. La proibizione del proselitismo cristiano non è peraltro patrimonio solo dei Talebani o del Pakistan, ma è ferrea in tutti i paesi musulmani, inclusi la Gaza di Hamas, i “laici” Siria e Algeria, in cui la professione cristiana è tollerata –se lo è- solo per via ereditaria e familiare, con ferrea proibizione di proselitismo verso i musulmani (punito con la morte anche in Iran, Sudan, Yemen e Arabia Saudita, con la reclusione in Algeria).