La decisione di Omar al Beshir di scarcerare il settantaseienne Hassan al Turabi, il più grande ideologo fondamentalista vivente, può avere molte ragioni, ma non certo quella umanitarie. Tra tutte, non è esclusa neanche quella di uno scambio, la libertà, in cambio di un sostanzioso appoggio politico, preziosissimo nel momento in cui al Beshir deve presentarsi alla umma musulmana come “martire” e perseguitato dalla lobby ebraica che avrebbe manovrato –parola di al Beshir stesso- per fare emettere al Tpi il mandato di cattura per crimini contro l’umanità in Darfur. Al Turabi, si noti, è stato messo in prigione alcuni mesi fa dallo stesso al Beshir, irritato per le sue dichiarazioni sull’opportunità che egli, per il bene del Sudan, si consegnasse al Tpi. In teoria, dunque, al Turabi (che peraltro si è schierato a favore dei ribelli del Darfur), dovrebbe essere l’ultimo ad accorrere in soccorso del dittatore sudanese, ma la sua biografia è piena di spregiudicate inversioni di alleanze. La biografia di al Turabi –profondamente intrecciata con quella di al Beshir- rinchiude in sé tutti gli elementi ideologici e strategici del fondamentalismo contemporaneo, al più alto livello. Nato nel 1932, Hassan al Turabi frequentò i corsi religiosi ad al Azhar, e anche prestigiose università europee, tanto che si laureò in Inghilterra e alla Sorbonne. Uomo di punta dei Fratelli Musulmani in Sudan, negli anni ottanta controllò la loro formazione politica sudanese, il Fronte nazionale Islamico (terza forza politica in Sudan fino al 1986, quando si votava per due collegi: uno di 264 seggi per le “masse” e l’altro di 28 seggi per i “diplomati”) e come tale venne cooptato al potere dal dittatore Jafaar al Nymeiri di cui fu consigliere giuridico. Il 19 gennaio 1985 –col pieno appoggio di al Turabi- venne mandato sulla forca a Khartumil più grande riformatore contemporaneo dell’Islam: Mohammed Taha. La piena responsabilità politica e morale di al Turabi nell’uccisione del “Lutero dell’Islam”, è certa, anche perché Taha, leader anche di un partito, era contrario alla decisione di al Nymeiri, e di al Turabi, di imporre la shari’a anche nel sud animista e cristiano del Sudan, imposizione che provocò una guerra civile ventennale con due milioni di morti. Il 30 giugno 1989 al Turabi fu a fianco del generale Omar al Beshir, promotore di un golpe che aveva lo scopo di chiudere le trattative che al Mirghani –il presidente eletto- aveva intavolato con i ribelli del Sud (lo Spla di John Garong) e continuare la “guerra civile per la shari’a”. Nel 1990 Al Turabi divenne presidente del Parlamento ed appoggiò la decisione di al Beshir, e di Yasser Arafat, di schierarsi a fianco di Saddam Hussein che aveva annesso il Kuwait, e quindi di sconfessare la Lega Araba, alleata dell’Onu e degli Usa. Una volta che Saddam Hussein fu sconfitto da Desert Storm in Kuwait, Al Turabi diede prova della sua visione strategica e del suo prestigio personale e organizzò a Khartoum il 25 aprile del 1991 una vertice islamico alternativo e contemporaneo a quello della Lega Islamica (che lo stesso giorno si riunì al Cairo) che spaccò anche formalmente l’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci). Saddam, non aveva nessuna credibilità religiosa, e al Turabi rimediò a questa fragilità del fronte anti saudita e radunò a Khartoum, con il crisma del prestigio allora immenso di Arafat, tutte le organizzazioni dei Fratelli Musulmani e tutto l’estremismo islamico mondiale, definì una piattaforma ideologica di buon spessore sul Jihad contro l’Occidente. Su sua ispirazione nel 1991 il Sudan allargò la shar’ia a tutti campi della legislazione e il 16 dicembre 1991 siglò patti militari segreti con l’Iran. Conseguenza naturale di questo processo fu l’ospitalità in Sudan a Osama bin Laden, che investì capitali consistenti nell’agricoltura e nella rete viaria sudanese, compresi 180 milioni di dollari nell’autostrada di 800 chilometri che unisce Khartoum al Mar Rosso. In Sudan Bin Laden reclutò proseliti, organizzò 23 campi di addestramento e entrò in contatto col mondo del peggiore terrorismo musulmano che il regime generosamente ospitava e finanziava. E’ dal Sudan di al Beshir e al Turabi che Al Qaida organizzò il primo attentato alle Twin Towers del 26 febbraio 1993; poi l’attentato del 26 giugno 1995 ad Addis Abeba, in cui il presidente egiziano Mubarak rischiò la vita. Dal Sudan, infine Bin Laden venne espulso il 18 giugno del 1996, su pressione saudita. Attorno al 2000, però, vennero a maturazione due crisi: al Turabi perse il controllo del Fronte Nazionale Islamico, conquistato da Al Beshir e fondò il nuovo partito, il Congresso Nazionale Popolare che entrò sempre più in urto col dittatore (che peraltro dopo l’11 settembre 2001, abbandonò il suo volto jihadista, e accettò la mediazione Usa per chiudere la pace con il Sud in rivolta, salvo poi, aprire subito un nuovo fronte di guerra civile in Darfur). Più volte arrestato e poi liberato, al Turabi rispose alla rottura dell’alleanza con al Beshir, alleandosi con il nemico storico suo, come di tutti i governi di Khartoum, l’esercito dei cristiani del Sud (Spla). Più tardi, prese le parti dei ribelli del Darfur che si opponevano alle bande di janjaweed ispirate dal regime di al Bashir. Ora –come dichiara al Los Angeles Times- scommette su una crisi definitiva di al Bashir, ma è probabile che se questi resistesse alla tempesta e gli offrisse garanzie per un’altra avventura jihadista, il Khomeini sunnita non gli si negherebbe.