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Iracheni in massa al voto: un trionfo per Bush, e la prova che Obama non ha capito nulla (Il Foglio del 31 gennaio)

 
Le elezioni amministrative che si svolgono oggi in Iraq non sono certo le prime, ma sono le prime che si svolgono dopo che molte province sono passate sotto il controllo esclusivo delle forze di sicurezza irachene, a partire da quella strategica di Bassora. Non sono elezioni senza sangue, ma con un livello di violenza contenuto: tre candidati sunniti uccisi a Mossul, Dyala e Baghdad e due attacchini a Baquba. Il Comando Usa ha minimizzato la portata di questi fatti di sangue: il suo portavoce, il generale David Perkins, ha infatti ricordato come nelle 24 ore precedenti il voto gli attacchi politicamente motivati, sono stati in tutto nove, contro i ben 92 registrati nel gennaio 2005, quando la popolazione irachena andò alle urne l’ultima volta. Perkins ha attribuito alle massicce misure di sicurezza il drastico calo della violenza: tanto più che giovedì erano chiamati a votare in anticipo soldati, poliziotti, ma anche detenuti e pazienti degli ospedali, complessivamente 614.000 elettori. Triplo il rilievo politico della tornata elettorale, a piena conferma della strategia adottata da George W. Bush: innanzitutto la conferma del lento procedere del radicamento della democrazia rappresentativa; in secondo luogo, la previsione di una grande affluenza dei circa 15 milioni di elettori, chiamati alle urne per eleggere i 440 consiglieri provinciali (in realtà, regionali) tra ben 14.400 candidati (di cui, ben 4.500 sono donne, in omaggio alla norma, unica in un paese islamico, che impone il 25% di candidature rosa, sia pure con scarse possibilità di elezione effettiva); ma il dato politico più importante è proprio nella caratteristica di queste elezioni. Secondo l’avanzatissima Costituzione irachena, i consigli provinciali (regionali) per cui si vota, sono infatti strutture di tipo federale, con ampi poteri normativi e legislativi decentrati e sottratti al potere centrale, dentro un modello di Stato federale, assolutamente inedito nel contesto musulmano, là dove il rigido centralismo, corrisponde ad una visione della società gerarchizzata e autoritaria. Va detto, inoltre, che questa tornata elettorale è frutto di un saggio compromesso: non si vota infatti nelle tre province del Kurdistan (che godono di una autonomia federale marcatissima), e neanche nella regione di Kirkuk, là dove ancora non è stato raggiunto un compromesso tra i curdi –che sostengono che deve essere annessa al Kurdistan- e sunniti, turcomanni e sciiti, che invece sostengono che la ricca regione petrolifera deve essere autonoma. Per venire ai sondaggi, balza agli occhi il primo dato rilevato: almeno il 73 per cento dei circa 15 milioni di elettori chiamati alle urne si recherà al voto. Ma veramente clamoroso, se verrà confermato dalle urne, è il secondo trend rilevato da un recente sondaggio pubblicato da un sito web governativo: il 42 per cento degli elettori, infatti, ha dichiarato di essere intenzionato a scegliere candidati laici, e solo il 31 per cento candidati di formazione religiosa. Più in particolare, la lista presentata dal premier Nuri al Maliki che non si presenta con l’abituale nome Dawa ma con una lista più composita, in cui confluiscono liste laiche minori e dal carattere più secolare chiamata “Per lo Stato di Diritto”, sarebbe in testa con il 23% dei consensi, seguita al 12,6& dalla lista Nazionale irachena dell'ex premier laico Yiad Allawi e quindi all’11,4% dalla grande formazione sciita del Supremo consiglio islamico iracheno (Sciri) di Abdelaziz al Hakim, che alle elezioni del 2005 aveva ottenuto il controllo di gran parte dei consigli provinciali nel sud del Paese. Le due formazioni sunnite Fronte della concordia e Fronte del dialogo nazionale, che avevano boicottato le legislative e le provinciali del 2005, sono accreditate del 4,5% e 3,6%. Se la tendenza rilevata si confermerà, queste elezioni segneranno un punto di svolta radicale. Lo Sciri di al Hakim, sino ad oggi, è stato il più importante partito religioso iracheno (sia pure temperato dalla saggia guida spirituale dell’ayatollah al Sistani), per di più con una storia di padrinato esplicito (ma negli ultimi anni declinante) da parte degli ayatollah iraniani. Se i suoi consensi declineranno a favore di partiti laici, sarà un’ulteriore prova del successo del primo nation building tendenzialmente laico in un paese musulmano, che solo la cecità del mondo politically correct può negare. Un clamoroso regalo di Bush a Obama, ma anche una poderosa prova dell'errore strategico del neopresidente nei confronti della questione irachena.

 

 

 

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